“Nonostante mi abbiate accusato di questo delitto infame, io rimango un collaboratore di giustizia, non ho interesse ad andare contro di voi. Voi siete convinti di una cosa, io di un’altra”: parola di Paolo Bellini, ex militante di Avanguardia Nazionale, durante l’interrogatorio nell’ambito del nuovo processo sulla strage alla stazione di Bologna del 2 agosto 1980, che lo vede imputato per concorso nell’attentato, accusato di essere tra gli esecutori materiali della strage.
Quella mattina, alle 10.25, l’esplosione di una bomba alla stazione di Bologna causò 85 vittime e il ferimento di altre 200 persone, in quello che è ancora oggi il più grave atto terroristico avvenuto in Italia nel secondo dopoguerra. Per la strage sono già stati condannati in via definitiva i tre militanti dei Nar (Nuclei armati rivoluzionari) Valerio Fioravanti, Francesca Mambro e Luigi Ciavardini, e in primo grado Gilberto Cavallini.
Bellini in aula ha ribadito nuovamente la sua innocenza in riferimento all’attentato, rispondendo alle domande del procuratore generale Nicola Proto e ripercorrendo i suoi primi anni di attività criminale, quelli della prima metà degli anni Settanta: ha confermato la sua attività all’interno di Avanguardia Nazionale, sostenendo – come già fatto in passato – di essere entrato come infiltrato su richiesta del padre Aldo e di esponenti politici del Movimento sociale italiano.
“Ero infiltrato per conto del senatore Mariani dell’Msi e di Giorgio Almirante, per cercare di sapere se c’erano persone collegate all’estremismo duro, perché la politica di Almirante si stava incamminando verso una destra diversa”, ha ricordato Bellini: “Lo scopo era informarsi per vedere e capire se c’erano persone facinorose e collegamenti con l’estremismo. Se si fosse arrivato al terrorismo io sarei dovuto arrivare fino a là; siamo nel 1971-72, Mariani e Almirante erano preoccupati per l’estremismo che si stava formando nella destra”.






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