Smart working illusione di libertà

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Dopo Twitter e Facebook, anche Microsoft si è adeguata alle nuove leggi dello smart working: passata l’emergenza Covid i dipendenti che lo sceglieranno, ovviamente in caso di mansioni compatibili, potranno lavorare da remoto per tutto il tempo che vorranno, anche sino al termine del rapporto. La sola condizione posta dalla società di Redmond riguarda la scrivania in ufficio, che non potrà più essere disponibile.

Forse non ce ne siamo accorti compiutamente perché distratti dalle urgenze sanitarie, ma la pandemia ha prodotto in pochi mesi una rivoluzione nel lavoro che, a condizioni normali, avrebbe impiegato anni e forse decenni a imporsi. Solo in Italia – lo riferisce un’indagine del Politecnico di Milano – nel settore privato sono rientrati al lavoro in presenza un milione e 800mila persone su una platea di 6 milioni di addetti. Nel settore pubblico è rientrato in ufficio solo un dipendente su due. Si stima che potenzialmente il numero dei lavoratori italiani in smart working potrebbe riguardare 8 milioni di unità.

È un cambiamento enorme nell’organizzazione della vita delle famiglie e dei singoli. Ovviamente non riguarda solo il nostro paese, ma l’insieme dei paesi più ricchi e tecnologicamente più evoluti.

Lavorare da casa e non più in ufficio. Solo qualche decennio fa, e anche meno, sarebbe apparsa come fantascienza. Jeremy Rifkin sostenne alla metà degli anni Novanta una tesi affascinante, apparsa all’epoca poco meno di un’eresia, che riguardava la fine del lavoro umano sostituito dall’automazione. Rifkin non si sbagliò poi di molto.

Alla luce della situazione attuale, ipotizzando scenari post Covid, vaste parti dello sviluppo tecnologico ridefiniranno la relazione tra intelligenza umana e intelligenza artificiale.

Quando un governatore leghista molto votato quale Luca Zaia arriva a chiedere al governo di risolvere il problema dell’affollamento dei mezzi pubblici lasciando a casa le classi di scuola secondaria significa che tra amministratori e governanti è già stata varcata la linea rossa che identifica il progresso con il pragmatismo estremo. Lasciamo a casa da scuola i ragazzi per evitare che si contagino? E poi dovremmo negare loro il diritto a uscire di casa, allo studio in presenza, alla socializzazione tra coetanei, magari a fare ginnastica all’aperto anziché in cantina?

Ciò che sta venendo avanti è un modello di società che, basandosi sull’emergenza di una pandemia, getta il bambino insieme all’acqua sporca dimenticando i principi fondamentali della convivenza.

È del tutto evidente che non si possa interrompere il percorso dell’evoluzione umana. Occorre capire tuttavia dove tale percorso vada a ispirarsi. In conseguenza del Covid, alcune tracce sono divenute intellegibili.

Lo smart working presenta aspetti facilmente intuibili in termini di praticità. Più tempo a disposizione, nessuna distanza che ne limiti gli effetti, godimento di finestre di relax possibili solo a casa, un generale senso di maggiore autonomia.

Ma è poi davvero così? Diversi studi comprovano che l’assenza di distanziamento tra casa e lavoro determina effetti pericolosi per la salute fisica e psicologica. La comodità del lavoro a casa dipende molto dalla qualità del lavoro svolto. Spesso si tratta dell’invasione del lavoro in un campo normalmente coperto dalla privacy. Non sei tu che porti il lavoro a casa: è il lavoro che invade la tua vita privata.

Poi vi sono conseguenze apparentemente marginali ma che marginali non sono. Come riorganizzare gli spazi domestici in questa nuova dimensione? Per ora ci siamo arrangiati con il pc o con il tablet sul piano più agevole presente in casa. Ma non basta: per lavorare con calma e concentrazione occorrono silenzio, spazio, un’ergonomia non casuale. Non tutti si possono permettere la creazione di uno studio.

Lo smart working è uno dei principali acceleratori di cambiamento portati insieme al Covid e che certamente al Covid sopravviverà. Si accompagnerà alla non facile convivenza tra vecchie e nuove generazioni. Toccherà ai Millennials indirizzare il futuro del ventunesimo secolo, ma non è detto che potranno scegliere: la velocità del cambiamento obbligherà anch’essi a intraprendere l’unica strada possibile. Come nel caso dello smart working, cavallo di Troia di un sistema già preconizzato da George Orwell in tempi non sospetti.




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