Caso Reggio Children, Schiffer: “A noi ebrei chiesero di firmare su Gaza”

atelier asilo Reggio Emilia Approach Reggio Children – FRC

Doveva essere a Reggio Emilia per studiare uno dei modelli educativi più conosciuti al mondo. Il giorno in cui il suo aereo è partito per Bologna, Jen Schiffer era invece a casa. Ora la direttrice di una scuola ebraica dell’infanzia di Port Washington, New York, racconta in prima persona sul quotidiano ebraico americano The Algemeiner che cosa è accaduto alla delegazione di educatori che avrebbe dovuto raggiungere il Centro internazionale Loris Malaguzzi.

Il titolo è già una sintesi: “Dovevo andare in Italia con altri educatori ebrei. Poi Reggio Emilia ci ha fatto pressioni su Gaza”.

Schiffer racconta un anno di preparazione al viaggio, l’attesa di visitare le scuole reggiane e studiare direttamente il Reggio Emilia Approach. Poi le proteste contro l’arrivo della delegazione, il controllo dei rapporti degli educatori e delle loro scuole con Israele e la richiesta di una dichiarazione di distanza dall’occupazione di Gaza e dalle violazioni dei diritti nei territori occupati.

Il punto, per Schiffer, è proprio questo. Educatori americani diretti a Reggio per un percorso professionale si sono trovati a dover rispondere del rapporto con Israele in quanto appartenenti a istituzioni ebraiche. Il Paradigm Project ha infine cancellato il viaggio anche per l’impossibilità di garantire la sicurezza del gruppo.

Schiffer non rinnega il metodo Malaguzzi. Anzi. Scrive di continuare a credere nel valore dello scambio educativo e nei principi di curiosità, creatività, inclusione e rispetto che hanno reso famoso il Reggio Emilia Approach. Ma proprio per questo considera ancora più grave quanto accaduto: quei princìpi, sostiene, devono valere anche quando si tratta degli educatori.

La sua conclusione è netta: nessun educatore o comunità dovrebbe essere costretto a rinunciare a una parte essenziale della propria identità per essere ammesso in un luogo di apprendimento.

La testimonianza arriva mentre resta aperto il confronto tra Reggio Children e cinque tra le maggiori organizzazioni ebraiche degli Stati Uniti: Anti-Defamation League, American Jewish Committee, Jewish Federations of North America, Conference of Presidents of Major American Jewish Organizations e Prizmah, il network delle Jewish day schools.

Le cinque organizzazioni hanno ricostruito la vicenda in termini molto duri. Parlano di “test politici” e di retorica antisemita, contestano il controllo dei profili degli educatori alla ricerca di legami con Israele o con l’esercito israeliano e giudicano antisemita l’utilizzo di quei legami per sottoporli a un trattamento particolare.

Hanno preso atto del successivo chiarimento del sindaco Marco Massari, secondo il quale nessuna firma era obbligatoria, e del fatto che una delegazione israeliana abbia partecipato regolarmente alle attività a Reggio. Ma per loro non basta.

Chiedono a Reggio Children una pubblica e inequivocabile dichiarazione di scuse che riconosca l’antisemitismo denunciato dagli educatori ebrei, garanzie concrete di pari trattamento e sicurezza per le future delegazioni e una revisione della Carta per un’educazione democratica e partecipata affinché non individui Israele come destinatario esclusivo delle proprie formulazioni e comprenda esplicitamente anche i bambini israeliani ed ebrei.

I contatti con Reggio Children e con il Comune proseguono. Le cinque organizzazioni hanno dichiarato di voler continuare a sostenere l’accesso degli educatori ebrei alla formazione e agli scambi internazionali. Ma la richiesta rivolta a Reggio resta sul tavolo.

Ed è questo il dato politico e internazionale della vicenda: mentre a Reggio si cerca di considerare concluso il caso, negli Stati Uniti continuano a parlare gli educatori che avrebbero dovuto essere qui e le maggiori organizzazioni ebraiche americane attendono ancora una risposta alle richieste formulate pubblicamente.



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