La vera rivoluzione è tornare a fidarsi

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La rivolta sociale promette ai giovani un futuro e intanto insegna loro a distruggere le condizioni per costruirlo. È questa la contraddizione che attraversa l’autunno europeo, dalle proteste francesi alle piazze italiane: la convinzione che esasperare il conflitto produca, per una misteriosa necessità della storia, una società migliore. Una convinzione antica, smentita da esperienze abbastanza tragiche da rendere imperdonabile la smemoratezza.

Maurizio Landini invocò una “vera e propria rivolta sociale” nel novembre 2024. Oggi prepara lo sciopero generale del 20 novembre, un venerdì, nella stessa giornata della mobilitazione europea degli studenti. Il tentativo è saldare protesta sindacale e contestazione giovanile. Ma chi adopera il linguaggio della rivolta dovrebbe spiegare dove intende condurla. E come pensa di governare domani una piazza alla quale insegna oggi che la rottura costituisce già una risposta.

Uno sciopero ha richieste, interlocutori, obiettivi negoziabili. La rivolta elevata a programma possiede invece un’indeterminatezza seducente: ciascuno può immaginarvi la propria redenzione senza misurarne i costi. La rabbia diventa un titolo di legittimità. Chi propone una mediazione appare debole, chi indica un limite viene accusato di tradimento. La distruzione anticipa il progetto e pretende di sostituirlo.

L’Europa conosce questa strada. Le applicazioni del socialismo marxista-leninista hanno prodotto partiti unici, repressione, persecuzioni e subordinazione della persona a una promessa di liberazione futura. Il fallimento investe il principio che autorizza un’avanguardia a disporre della vita altrui in nome della storia. Quando la realtà contraddice la dottrina, si correggono le persone, anche eliminandole, anziché discutere la dottrina.

Anche l’Occidente democratico ha conosciuto le seduzioni della rottura totale. Dai campus americani alle barricate del Maggio francese, la contestazione raccolse aspirazioni di emancipazione, pacifismo e rifiuto dell’autorità. Una parte di quella stagione alimentò poi la cultura rivoluzionaria dalla quale emersero il terrorismo e la lotta armata. Brigate rosse e Raf appartengono a questa storia. Non furono il destino inevitabile del Sessantotto, ma nemmeno un incidente estraneo alla predicazione della violenza rivoluzionaria.

Il passaggio decisivo fu la trasformazione dell’avversario in nemico. Da quel momento la sua esistenza diventava un ostacolo, la sua libertà una concessione revocabile. Il terrorismo portò alle conseguenze estreme questa pretesa: attribuirsi il diritto di uccidere per conto di un’umanità che non aveva conferito alcun mandato.

Oggi le tensioni attraversano società trasformate dall’immigrazione, segnate in numerosi contesti europei da integrazioni fallite, segregazione e appartenenze contrapposte. Il radicalismo islamista aggiunge una frattura: contesta la laicità, l’uguaglianza e la libertà individuale; nelle sue espressioni jihadiste arriva alla violenza e al terrorismo. La pretesa di anteporre la legge religiosa a quella civile pone un problema politico e dottrinario che il richiamo all’inclusione, da solo, non risolve. Tutelare i cittadini musulmani e contrastare questa pretesa sono responsabilità inseparabili. Gli scontri vanno giudicati sui fatti, senza attribuzioni collettive né reticenze.

Alimentare una generica rivolta significa aggiungere combustibile a conflitti dei quali non si controllano tutte le componenti. Il disagio richiede risposte precise. La sua celebrazione permanente produce una comunità del risentimento, tenuta insieme dalla necessità di trovare qualcuno contro cui scagliarsi.

Gli adulti che incoraggiano i giovani a ripercorrere le proprie sconfitte ideologiche compiono un abuso generazionale. Usano vite appena cominciate per prolungare battaglie delle quali non hanno voluto comprendere gli esiti. La nostalgia diventa indecente quando distribuisce agli altri i rischi e riserva a sé il piacere della predicazione.

Il rifiuto della violenza deve avere un fondamento più profondo della convenienza. Riguarda la dignità dell’Essere. L’altro conserva il proprio valore anche quando contraddice le nostre convinzioni e rappresenta ciò che combattiamo. Nessun fine può trasformarlo in materiale sacrificabile.

La questione riguarda dunque l’idea di sé che consegniamo a chi comincia la propria vita. La cultura della rivolta offre un’identità attraverso il nemico: dice chi sei indicando ciò che devi combattere. Risparmia la fatica di conoscersi e scegliere, ma rende dipendenti dall’oggetto del proprio odio. Se ogni significato viene dall’opposizione, persino una soluzione diventa una minaccia: potrebbe lasciarci senza una ragione per esistere.

La fiducia permette invece di cominciare qualcosa senza possederne tutte le garanzie, di entrare in relazione senza controllare l’altro, di affrontare l’incertezza conservando una direzione. È un sentimento al quale si viene educati attraverso la parola mantenuta, la responsabilità riconosciuta, l’errore che si può correggere. Cresce quando scopriamo di poter incidere sulla realtà.

Lo studio forma questa libertà. Obbliga a misurarsi con ciò che ignoriamo, sottrae alla tirannia dell’impressione immediata, insegna che comprendere può cambiarci. Un giovane capace di giudizio è meno disponibile a consegnarsi a un capo, a una folla, a un algoritmo.

Anche il lavoro va pensato dentro questa prospettiva. La trasformazione delle tecnologie e dei saperi rende insufficiente l’idea di ricevere una collocazione e conservarla per sempre. Occorre dare continuità alla propria vita attraverso il cambiamento: coltivare capacità, creare relazioni, assumere iniziative. Diventare imprenditori, o imprenditori di se stessi, significa dare forma a un’intuizione e verificarne il valore per gli altri. Persino l’iniziativa più individuale vive di conoscenze ricevute, collaborazioni e fiducia reciproca.

Ma diventare se stessi significa anche scegliere chi amare, coltivare amicizie, attraversare perdite, scoprire ciò che rende la vita degna di essere vissuta. Nessuna identità professionale o appartenenza politica può esaurire questa ricerca. Una società libera deve lasciare spazio a questa pluralità di aspirazioni, senza arruolarle tutte in una battaglia.

La questione ambientale appartiene allo stesso orizzonte: abitare il mondo comprendendo che le nostre azioni lasciano conseguenze. Energie pulite, innovazione, società benefit e B Corp esprimono, con strumenti diversi, la ricerca di un’economia capace di creare valore assumendosi responsabilità verso gli altri e il futuro. Un terreno sul quale mettere alla prova idee e risultati, anziché ripetere formule di un secolo fa.

Le istituzioni devono rendere accessibile questa autonomia. Una società che lascia ciascuno solo davanti all’incertezza prepara paura e risentimento; una società che investe nelle capacità delle persone rende possibile la fiducia. Il patto generazionale comincia qui: trasmettere strumenti senza imporre destini, offrire esperienza senza pretendere somiglianza.

Il conflitto può correggere un’ingiustizia. Nessuna generazione, però, può vivere soltanto della denuncia di ciò che ha ricevuto. Deve conoscere anche la felicità di creare qualcosa di proprio e riconoscervi un contributo alla vita comune.

Chi prepara i giovani alla prossima barricata sta ancora combattendo la propria ultima sconfitta.

 

nicolafangareggi.substack.com




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