A Reggio Emilia hanno fretta di chiudere il caso Reggio Children. Il Pd in consiglio comunale considera sostanzialmente esaurita la vicenda, le istituzioni abbassano i toni e una parte dell’informazione locale sembra desiderosa di tornare rapidamente alla normalità. Ma non è chiuso niente.
Cinque tra le maggiori organizzazioni ebraiche americane hanno appena chiesto a Reggio Children scuse pubbliche inequivocabili, il riconoscimento dell’antisemitismo denunciato dagli educatori e garanzie concrete perché quanto accaduto non si ripeta. Non parlano di un equivoco chiarito. Parlano di una frattura da ricomporre. Ed è una frattura enorme perché riguarda uno dei rapporti internazionali più antichi e fecondi del sistema educativo reggiano.
Reggio Children non ha scoperto gli ebrei americani nell’estate del 2026. Da decenni intrattiene rapporti stretti con quel mondo educativo. Insegnanti e dirigenti sono venuti a Reggio, hanno studiato Malaguzzi, partecipato alla formazione, costruito scuole “Reggio-inspired” e intrecciato quella pedagogia con la tradizione educativa ebraica. Quel mondo ha contribuito alla fortuna internazionale del Reggio Emilia Approach. A scoprirlo improvvisamente sono stati altri.
Quando negli ambienti della pedagogia reggiana e della Cgil è cominciata la mobilitazione contro lo study tour, sono finiti sotto esame i rapporti delle scuole con Israele, le iniziative successive al 7 ottobre, i profili social, le immagini dei bambini, i messaggi indirizzati ai soldati israeliani. Un rapporto educativo consolidato da anni è diventato improvvisamente motivo di sospetto. La contestazione si è spostata dai comportamenti dei singoli educatori alla loro appartenenza, alle scuole dalle quali provenivano e ai loro rapporti con Israele.
È precisamente questo meccanismo che oggi le grandi organizzazioni ebraiche americane definiscono discriminatorio e antisemita.
Poi sono arrivate le parole della presidente di Reggio Children Maddalena Tedeschi. Non interpretazioni, non ricostruzioni giornalistiche. Un audio: “Dobbiamo recuperare dichiarazioni di lontananza da guerra, genocidio etc, sennò se non firmano non vengono”. Parole che hanno reso evidente quanto fosse concreta la questione posta agli educatori. Da quel momento è diventato impossibile continuare a trattare la vicenda come un malinteso.
Marco Massari, Marwa Mahmoud e Maddalena Tedeschi non hanno assistito a questa crisi. L’hanno gestita. Sotto la loro responsabilità una collaborazione costruita in decenni è diventata un caso internazionale, lo study tour americano è saltato e alcune delle maggiori organizzazioni ebraiche degli Stati Uniti hanno chiesto formalmente a Reggio Children di riconoscere l’antisemitismo denunciato dagli educatori.
Massari ha poi riconosciuto l’errore e si è scusato. Era necessario. Ma le scuse non cancellano la responsabilità politica e istituzionale di quanto è accaduto.
E qui bisogna essere chiari.
Massari, Mahmoud e Tedeschi hanno compromesso la propria credibilità nella gestione di questa vicenda. Non possono essere loro, come se nulla fosse successo, a dichiarare conclusa la crisi e a guidare la ricostruzione del rapporto che sotto la loro responsabilità si è spezzato. Non è una questione personale. È la conseguenza della responsabilità.
Per ricostruire il rapporto con il mondo educativo ebraico americano serviranno interlocutori credibili agli occhi di chi si è sentito discriminato. Servirà riconoscere i fatti senza attenuarli, ristabilire la fiducia e garantire che nessun educatore venga nuovamente sottoposto a un esame politico in ragione della propria appartenenza o dei propri rapporti con Israele.
Questa fase richiede una discontinuità reale. Un tempo una vicenda simile avrebbe potuto essere assorbita dentro il sistema reggiano. Una dichiarazione istituzionale, qualche articolo rassicurante, il silenzio di chi non voleva problemi e dopo una settimana tutto sarebbe tornato al proprio posto. Quel tempo è finito.
Le scuole americane parlano. I loro dirigenti rilasciano interviste. Le grandi organizzazioni ebraiche pubblicano documenti. Gli audio restano disponibili. Le dichiarazioni possono essere confrontate con i fatti. Non esiste più un recinto locale nel quale una crisi internazionale possa essere chiusa per decisione politica.
Per questo Massari, Mahmoud e Tedeschi devono rispondere certamente agli interlocutori americani. Ma devono rispondere prima di tutto a Reggio Emilia.
Reggio Children non appartiene a chi oggi la amministra. Il Reggio Emilia Approach porta nel mondo il nome della città ed è uno dei suoi patrimoni più importanti. Chi ha responsabilità su quel patrimonio deve rispondere anche quando le proprie decisioni ne danneggiano relazioni e reputazione.
Il caso dunque non va chiuso. Va aperta una fase nuova. E una fase nuova richiede una conseguenza politica. Se chi ha gestito questa vicenda ha perso la credibilità necessaria per ricostruire i rapporti compromessi, non può semplicemente restare al proprio posto e dichiarare di voler ricominciare.
Per Maddalena Tedeschi la conseguenza dovrebbe essere lasciare la presidenza di Reggio Children. Per Marwa Mahmoud significa rimettere la delega all’Educazione. Quanto al sindaco Marco Massari, che di quella delega e di Reggio Children porta la responsabilità politica ultima, spetta a lui trarre le conseguenze sul governo della città e spiegare ai reggiani come intenda garantire una discontinuità credibile.
Altrimenti non comincia nessuna fase nuova. Continua quella vecchia, con gli stessi responsabili al loro posto.






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