Ristorantini ai tempi del Covid

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Passeggi sotto i portici di via Emilia San Pietro: una sequela di serrande abbassate e vetrine chiuse con appeso il cartello “affittasi”. Qualche esercizio lavora nel tratto di strada più vicino a piazzale Tricolore, ossia alla stazione vecchia. Sono negozi aperti all’inizio da immigrati e destinati perlopiù a una clientela di immigrati.

Oggi non più: italiane e italiani fanno la coda per comprare la frutta a buon mercato. La Reggio che siamo stati abituati a conoscere torna più avanti, in direzione piazza del Monte. All’altezza del fu Mercato Coperto qualche vetrina illuminata restituisce bagliori di giovinezza, quando i negozi del centro significavano benessere e sviluppo capace di trasformare il volto di una città piccola ma con lo sguardo rivolto al futuro. Non che oggi a quel futuro non si guardi, ma l’attitudine interiore è opposta: se allora si viveva nella fiducia, oggi prevale la paura. Per noi stessi, i nostri figli e nipoti.

Valichi piazza del Monte e più in là qualcosa rimane. Il tratto Santo Stefano della via Emilia, in quanto più distante dalla stazione, ha subìto meno la trasformazione commerciale. Qualche brand importante in negozi di bassa metratura, qualche nome storico del commercio reggiano che malgrado tutto resiste. Ma si riesce al massimo a sopravvivere, anche se si hanno le spalle larghe. Ed è evidente che i margini di un tempo non torneranno.

Aprono invece ristorantini e baretti dei tempi del Covid. Li hai visti negli angoli recuperati del centro storico, da via Crispi a piazza Casotti fino alla straripante piazza Fontanesi, luogo cardine della movida reggiana. Sono le sedi predilette dai giovani la sera e nei weekend.

La via Emilia traccia il limes tra la Reggio bianca e la Reggio meticcia. È un processo lento e inarrestabile: i reggiani da più generazioni, se possono, scelgono di stare vicini. Sono una minoranza in progressivo calo di forza e identità e anche per questo, dando la partita ormai persa, tentano di rifugiarsi nelle poche aree rimaste.

I ristorantini fighetti propongono di tutto, dal sushi dei cinesi che si spacciano per giapponesi alla cucina naturale, fusion, locale, tradizionale delle varie regioni. Ma alla fine prevalgono le passioni di sempre: erbazzone, tortelli e gnocco fritto non possono mancare in alcun menù, pena la condanna sociale e la consegna allo spazio di nicchia.

Complice la stagione estiva, baretti e ristorantini se la sono cavata grazie all’ampliamento delle aree all’aperto e al forte desiderio dei cittadini di uscire dopo il lockdown. Ora però con il ritorno della stagione fredda sarà più difficile far quadrare i conti. Gli spazi a disposizione per un numero di coperti in regola con le misure di prevenzione anti Covid sono assai ristretti. La stagione invernale rischia di far saltare una miriade di piccole realtà commerciali che hanno sinora consentito di ridurre i danni del crollo economico e gli effetti della crisi, rappresentando una via d’uscita per chi abbia perso il lavoro e chi lo cerchi.

La rinnovata espansione del virus non ha ancora prodotto conseguenze liberticide in Emilia-Romagna, ma sarà difficile nei prossimi giorni evitare di applicare misure specifiche anche nella nostra regione. Il governo studia di adottare il coprifuoco nell’intero paese, Lombardia, Campania, Piemonte e altri stanno predisponendo azioni di lockdown locale.

Le nostre esistenze saranno di nuovo messe alla prova dagli obblighi derivanti dal contenimento della pandemia. Con esse saranno ancora colpite l’economia e il lavoro. Quando potremo uscire davvero da questo incubo non è dato sapere. C’è l’attesa di un vaccino ma i tempi sono ancora lunghi.

Nel frattempo, si fermerà la ripresa del Pil e avremo nuovi poveri, disoccupati, disperati. E altre saracinesche si abbasseranno. Nonostante tutto, cerchiamo di prendere quel poco di buono in termini di umanità che ci ha concesso di vivere questa drammatica esperienza e guardiamo avanti, una volta di più, con la fiducia negli occhi.




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