Scuola, libertà e futuro: 3 giorni internazionali

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Il grande problema dell’avvenire sarà stabilire in che
modo dovremo comportarci di fronte ai bambini,
volendoli educare così che da adulti possano inserirsi
nel senso più ampio nella vita sociale, democratica e
liberale. Uno dei problemi più importanti del più
ampio problema sociale per l’avvenire, e già anzi per
il presente, è appunto il problema educativo.

(Rudolf Steiner, 1919)

Andreas Schleicher è un ricercatore tedesco, esperto di statistica e di impatti socio-economici dei modelli educativi, responsabile del “Programme for International Student Assessment” (PISA) del “Indicators of Education Systems Programme” (INES) presso l’OECD (Organisation for Economic Co-operation and Development, conosciuto anche come OCSE). Possiamo forse dire che sia la persona che meglio di tutte conosce lo stato di salute dei vari sistemi educativi nel mondo e la loro relazione con il benessere dei paesi che li adottano.

Nei giorni scorsi diverse testate internazionali hanno riportato un suo intervento presso la Camera dei Comuni del Parlamento inglese dove ha detto sostanzialmente due cose: i giovani di oggi potrebbero trarre maggior beneficio dalle abilità sviluppate attraverso la creatività piuttosto che dall’apprendimento basato su test; per affrontare la quarta rivoluzione industriale, le cosiddette “arts”, ovvero le discipline umanistiche, saranno più importanti della matematica.

È una presa di posizione molto forte, radicalmente contraria a quanto invece propugnano le lobbies che influenzano in maniera crescente i governi in tema di educazione e formazione, dove si immagina invece il potenziamento delle cosiddette hard-skills: “Siamo soliti parlare delle soft-skills per indicare le capacità sociali e la sensibilità emotiva – dice ancora Schleicher – mentre le hard-skills sarebbero scienze e matematica. In realtà è vero il contrario.” Le abilità decisive per il futuro dei ragazzi di oggi saranno piuttosto la curiosità, la leadership, la perseveranza e la resilienza, la capacità di non abbattersi di fronte alle avversità della vita, la capacità di sviluppare una forte presenza di spirito per trasformare le minacce in opportunità.

Gli scenari legati agli sviluppi dell’intelligenza artificiale hanno un peso decisivo in queste riflessioni.

Schleicher formula, infatti, una critica durissima verso una delle mode pedagogiche degli ultimi anni, il coding, l’addestramento alla programmazione informatica portata ai bambini sempre più precocemente, spesso in forma di gioco. “Il coding – afferma senza mezze misure – è una perdita di tempo”, una abilità destinata a diventare obsoleta in tempi rapidissimi, grazie all’evoluzione straordinaria dell’intelligenza artificiale. “Le cose facili da insegnare sono diventate facili da digitalizzare e automatizzare.

Il futuro riguarda l’abbinamento dellìintelligenza artificiale dei computer con le abilità cognitive, sociali ed emotive e i valori degli esseri umani”. La questione è anche prettamente economica: “Gli esseri umani rischiano di perdere il loro valore economico, dal momento che l’ingegneria biologica e informatica rende molte forme di attività umana ridondanti, disaccoppiando l’intelligenza dalla coscienza”. L’intelligenza emotiva diventa dunque complementare all’intelligenza artificiale, poiché entrambe possiedono un valore economico complementare. Infatti, associando l’intelligenza umana e artificiale, il potenziale economico sarebbe massimizzato.

Sarebbe dunque logico che la scuola si concentrasse sugli aspetti sociali ed emotivi dell’educazione, piuttosto che sul rendimento scolastico o la promozione di tecniche soggette a rapido invecchiamento. Purtroppo però di fronte a tali scenari la scuola, che è un sistema sociale molto conservatore, si rivela molto brava nell’aggiungere contenuti all’insegnamento pensando alle necessità dell’oggi, invece che accorta nel toglierne anticipando quelle di domani.

“Il mondo moderno non ti ricompensa per quello che sai – conclude Schleicher – ma per quello che puoi fare con ciò che sai”.

Leggo queste considerazioni proprio nei giorni in cui, insieme a tanti amici, sono alle prese con l’organizzazione del Convegno Internazionale dedicato al centenario delle scuole Steiner-Waldorf che si terrà a Reggio Emilia i prossimi 29, 30 e 31 marzo (qui tutte le info: www.waldorfitalia.it), intitolato non a caso “Il divenire dell’essere umano tra scienza e arte”. Pedagogisti, medici, politici, genitori provenienti dai cinque continenti si confronteranno sullo stato di salute del movimento educativo non statale e non confessionale più diffuso al mondo.

Nei tre giorni di convegno si parlerà di come, nonostante diversi detrattori ancora la confondono con una proposta retrograda e non al passo dei tempi attuali segnati da competizione e tecnologia, la pedagogia Waldorf abbia un obiettivo molto preciso e concreto: non si tratta di istruire fornendo nozioni per raggiungere obiettivi utili qui e ora, magari sempre più anticipati e intercontrollabili (sistema dei test Invalsi), bensì di riconoscere, tramite ricerca scientifica e osservazione fenomenologica, una specifica visione evolutiva dell’essere umano come soggetto in divenire, intimamente contraddistinto dall’esercizio consapevole di una libertà responsabile.

L’educazione dovrà dunque essere al servizio di tale evoluzione, dovrà cioè avere la capacità di preparare il futuro avendo cura del presente, agendo sullo sviluppo di quelle forze di salute che accompagneranno bambini e ragazzi durante tutto l’arco della vita, sviluppando interesse e responsabilità in tutto ciò che fanno e faranno, ciascuno secondo i propri talenti. E qual è la via maestra con cui i bambini possono sviluppare interesse? L’arte. Tutto ciò che viene portato artisticamente, dalla grammatica alla matematica, dalla geometria alla storia, dalle lingue straniere alla ginnastica, agirà come motore dell’interesse e dello sviluppo della capacità di imparare ad imparare, per tutta la vita, dalla vita stessa.

La distinzione otto-novecentesca tra discipline umanistiche e scientifiche risulta oggi, dunque, obsoleta tanto quanto quella tra hard e soft-skills.

“La domanda che va posta – ci ricorda Steiner – non è che cosa occorre che l’uomo sappia fare per l’ordinamento sociale esistente, ma l’altra: quali disposizioni porta l’uomo in sé e che cosa può venir sviluppato in lui. In questo modo diverrà possibile che la generazione che cresce apporti forze sempre nuove all’ordinamento sociale. In esso vivrà allora quello che continuamente possono farne gli individui umani completi che vi entrano, anziché costringere la nuova generazione a diventare ciò che l’ordinamento già esistente vuole ch’esso sia.”




C'è 1 Commento

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  1. Gonzaga

    Concordo Totalmente. Il futuro sarà di chi è in grado di pensare. Tutto questo è ancora più importante per noi italiani e per la nostra economia che avrà successo solo e in quanto sviluppperemo ulteriormente le nostre doti (essere capaci di inventare e reinventare il bello) . Se invece prepareremo tecnici “monospecialistici” li vedremo col tempo, prima sostituiti dai cinesi e poi dai computer.


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