Il fallimento dei referendum dell’8-9 giugno inizia a far riverberare i suoi effetti anche a livello locale, in particolare dalle parti del cosiddetto “campo largo” (o larghissimo, a seconda dei casi).
Ne è un esempio l’intervento di Claudio Guidetti, presidente regionale e segretario provinciale di Azione: “Ci sono due modi per affrontare il post-referendum e il suo risultato: negarlo, come qualcuno a sinistra si ostina a fare, o prenderne atto con realismo e discuterne apertamente e senza infingimenti”.
“Noi vogliamo discuterne e riteniamo di averne titolo: perché ne abbiamo denunciato fin dall’inizio le ambiguità e gli errori, e perché, comunque, abbiamo scelto di esprimere le nostre opinioni attraverso il voto. La scelta del referendum è stata una scelta politica con l’obiettivo di rivendicarla, mascherata da motivazioni troppo tecniche per permettere un giudizio corretto, raffazzonate nei reali obiettivi e mal spiegate. Non si interviene attraverso un referendum su materie così complesse come il lavoro. Una scelta puramente politica, come dimostrano i calcoli sui milioni di elettori e non sul merito della materia. Una scelta che ha consegnato il centrosinistra a un massimalismo improduttivo e perdente, con accenti che nel secolo scorso avremmo chiamato ‘da sindacalismo rivoluzionario'”.
“Consideriamo che neppure nelle nostre zone, salvo ‘l’eroica Fabbrico’, è stato raggiunto il quorum”, ha proseguito Guidetti: “E si tende a passare quasi sotto silenzio la differenza di percentuale, nel voto, tra i quattro quesiti sul lavoro e quello sulla cittadinanza: segno che ci sono problematiche complesse che non si piegano a semplicistici slogan di partito e devono essere ben curate nella rappresentazione. Trasformare questo referendum in una conta tutta interna alla sinistra massimalista e in una consultazione contro Giorgia Meloni è stato un clamoroso errore, come più volte abbiamo avuto modo di dire, perché ha sommato i voti della destra con quelli dell’astensione. Se la sinistra continua a farsi trascinare in battaglia ideologiche novecentesche da Landini, Fratoianni, Bonelli e quel dandy del 110% e del reddito di cittadinanza selvaggio, ex alleato di Salvini, Giuseppe Conte, rinunciando a un’opposizione seria, dura, quanto responsabile, non andrà da nessuna parte e condannerà il Paese a un lungo periodo di governo della destra”.
“Sono riflessioni che non sono solo nostre, ma che appartengono anche ad alcuni autorevoli personaggi del Partito Democratico, come testimonia l’acuta analisi dell’on. Pierluigi Castagnetti. Proprio seguendo questa linea di confronto e volendo rimanere nel giardino di casa, crediamo non sia provocatorio porre un curioso quanto interessato interrogativo. Esiste ancora, nel Pd reggiano, un’anima ‘riformista’, che sappia affrontare i problemi della nostra società in un’ottica di governo del cambiamento, lontano da ideologismi fuori dal tempo e dai bisogni reali, con cui avviare un dialogo costruttivo? Esiste ancora o è stata normalizzata per debolezza o necessità? Se sì, batta un colpo con coraggio e dignità e noi ci saremo: perché quella del ‘riformismo’ è l’area, transpartitica, su cui può fondarsi la possibilità vera di battere il destra-centro”, ha concluso il segretario provinciale reggiano di Azione.







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