Nuovo Museo di Reggio, oltre 2.500 visitatori nelle prime tre giornate inaugurali

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Sta suscitando forte interesse il Nuovo Museo a cura di Italo Rota e dei conservatori dei Musei Civici, inaugurato la scorsa settimana al Palazzo dei Musei di Reggio Emilia. Le limitazioni degli accessi – ovvero il rispetto del contingentamento degli ingressi quale cautela necessaria per il contenimento della pandemia – non hanno attenuato l’interesse e infatti nelle prime tre giornate inaugurali (da venerdì a domenica scorsi) i visitatori sono stati oltre 2.500.

Da venerdì 18 a domenica 20 giugno prossimi si svolgono le altre tre giornate inaugurali. Le visite sono ad ingresso libero ma sempre contingentato, dalle ore 10 alle 22.

Per le visite guidate invece è obbligatoria la prenotazione utilizzando il link: https://biglietti-palazzo-dei-musei-giornate-inaugurali.eventbrite.it oppure telefonando al numero 0522.456816.

IL NUOVO MUSEO DO REGGO EMILIA

Un essere vivente, così si può immaginare il Nuovo Museo di Reggio Emilia. I suoi piedi, la sua solida base, sono le collezioni e raccolte storiche: un meraviglioso museo-nel-museo, di per sé un immenso diorama composto dalla Collezione Lazzaro Spallanzani, dal museo Gaetano Chierici di Paletnologia, dalle collezioni di Archeologia con il Portico dei Marmi, il Chiostro e lo spettacolare Atrio dei Mosaici, dalle raccolte di Zoologia e Anatomia, dalle collezioni di Etnografia e Botanica, dalla sezione di Geologia.

Nel complesso una pièce unique conservata nel Palazzo dei Musei, che radica e alimenta quell’essere nuovo.

Ed eccola, la corporatura nuova, dinamica come quella di un atleta, scaturita dall’intuizione e dall’idea progettuale di Italo Rota in un dialogo simbiotico con la direzione del Museo, il team di conservatori, ricercatori e curatori delle collezioni oltre che dalla partecipazione della città (sono musei civici, ovvero della comunità) in un decennio di riflessioni, iniziative pubbliche e grandi mostre che hanno spaziato dall’archeologia alla paletnologia, dalle scienze alla pittura e alla fotografia.

VISIONE, SCIENZA, IDEA DI MUSEO – Al piano secondo del Palazzo dei Musei, ipotesi narrativa e apporto scientifico coesistono e si compenetrano.

Qui conservare è innovare.

Coniugando visioni espositive, esigenze scientifiche e documentali, saperi consolidati e sollecitazioni partecipative, gli oggetti nei nuovi allestimenti aiutano a creare “varchi”, interagiscono virtuosamente con il visitatore aprendosi a nuove interpretazioni e domande, stimolando la consapevolezza della potenzialità e della ricchezza che lo circonda, a fare esperienza, finanche a manipolare, non solo per calarsi e calare il passato nell’oggi come in una metamorfosi, ma anche e forse soprattutto per cercare e delineare il futuro.

Si sollecita perciò un visitatore attivo, a cui si propone di partecipare e contribuire con la propria mente e i propri sensi, con la storia e le idee che stanno accompagnando il suo vivere, con la disponibilità a mettere in discussione e reinventare ciò che vede, ma anche a mettersi in discussione, per andare oltre, con quella apertura che la civiltà contemporanea richiede.

E’ possibile in questo contesto vivere la sorpresa che il mondo anglosassone ha definito con efficacia in una parola: serendipity, serendipità, ovvero il fare felici e inattese scoperte mentre si sta cercando altro, come spesso è avvenuto nella Scienza del XX Secolo.

Il Nuovo Museo è un dialogo intenso e provocante, fra persone singolari e plurali. Esso si propone quale museo di tutti e diviene pezzo fondamentale del “meccanismo umano”.

Un luogo di possibile e continua sperimentazione.

Ecco perché il Museo diviene più nuovo, più grande, più museo. Chi entra non è un ‘semplice’ visitatore: è una persona invitata a immergersi in un grande Archivio dei beni comuni, secondo l’accezione di Claire Bishop, in un lavoro centrato sui materiali museali, parte dei quali usciti dai depositi, altri provenienti da istituzioni cittadine, prima fra tutte la Biblioteca municipale Panizzi. E qui, segue e intraprende una narrazione dalla Preistoria del territorio Reggiano – arricchita con citazioni di reperti d’eccezione conservati nelle collezioni storiche, come la Venere di Chiozza e l’Ascia dell’Età del rame che assomiglia incredibilmente a quella di Otzi – a Marco Emilio Lepido e la sua Via Emilia, dal Correggio a Ludovico Ariosto, dai secoli degli Estensi al Primo Tricolore rivoluzionario e unitario, da Antonio Fontanesi al respiro della Contemporaneità rappresentata in primis dal vasto, pregevole e unico patrimonio fotografico, frutto delle opere raccolte o commissionate dall’Amministrazione comunale agli artisti, internazionali e della città, che hanno partecipato al progetto di Fotografia Europea in oltre 15 anni: nocciolo di questa sezione è la produzione di Luigi Ghirri, custodita nell’Archivio Eredi Luigi Ghirri, folgorante e unica nella sua completezza e profondità, esposta in permanenza.

L’immagine, fotografica e filmica, è tema dominante che accompagna tutte le nuove sezioni.

La regia dei tanti video artistici, che arricchiscono la visita, è di Francesca Grassi, con inserimenti di altri autori, quali ad esempio Domiziana Bani, Mario Martone ed Ermanno Olmi.

Il secondo piano si apre con un video di Ermanno Olmi, I grandi semplici, “sulla capacità dell’uomo di fare manifattura, cioè prendere la materia e farne altro, e si concluderà con le visioni di grandi artisti della fotografia. Emerge la meravigliosa anomalia reggiana, fatta di serietà e visionarietà, portatrice di un’utopia che ci si può permettere, che nasce giorno per giorno e contribuisce a cambiare il mondo. Qui tecnologie e produzioni possono diventare atti artistici”, ha osservato Italo Rota.

“A Reggio Emilia, la fotografia è parallela alla passione per la musica. E’ quasi un’ossessione collettiva, di altissima qualità – ha aggiunto l’architetto e artista – Altre arti non arrivano a queste vette, perché Reggio è stata ingiustamente spogliata nei secoli di alcuni capolavori ad esempio della pittura. E noi ci adeguiamo a questa grande passione collettiva, che è la fotografia, ad ogni livello”.

Con buone ragioni, si può parlare di Photo Affection e questa definizione racchiude la diffusa presenza fotografica nel Nuovo Museo.

A fronte di una delle testimonianze museali più antiche d’Italia (l’origine del museo è databile al 1830, il primo nucleo ha origine nel 1799), oggi Reggio Emilia traccia e rende permanente un suo nuovo ruolo nella Contemporaneità.

Dall’accumulo alla conservazione e al comparativismo, dall’universalità all’ispirazione e alla multidisciplinarietà, dall’approccio multilivello alla pedagogia.

E’ questo il percorso di senso che innerva l’immaginario del Nuovo Museo, rilanciandolo quale spazio condiviso del XXI Secolo, dove storia, cultural heritage (eredità culturale), tecnologia, passato e futuro condividono uno spazio e un’idea di futuro.

For inspiration only fu non a caso il titolo del primo allestimento sperimentale, nel Temporary Museum realizzato nel 2014.

“Il museo diviene uno spazio dinamico, non più solo una teca espositiva, ma uno stimolo al confronto e anche al giudizio. E’ un luogo da usare, un luogo che fa, non solo mostra ed espone. Il nostro invito è di usarlo, tutto questo sistema, questa macchina che può portarci lontano – ha detto Italo Rota – I musei si stanno trasformando in un componimento a più voci, tra memoria, ricerca, scienza, industria, arte e umanesimo, mediato e reso possibile dalla partecipazione personale, per testimoniare la libertà e la responsabilità che il futuro ci invita a considerare ogni giorno, sia come individui sia come collettività. È quasi un dovere usare il passato partendo dalla sua realtà fisica, sperando che un gran numero di persone cominci a studiare e non si accontenti di leggere spiegazioni”.

Quella del Nuovo Museo è una vicenda fatta di osservazione, capitalizzazione delle esperienze, elaborazione di nuovi manufatti: dal dato archeologico alla robotica e alla meccatronica, competenza distintiva della città, “perché l’attitudine dell’uomo qui, in milioni di anni, non è cambiata”.

Verrà poi il completamento del piano terzo – dove nell’ultimo anno classi di scuola primaria hanno vissuto un percorso educativo e pedagogico davvero unico, alimentato e sollecitato dal patrimonio museale nel progetto Scuola in Museo – e sarà dedicato a Naturale e Artificiale, all’Antropocene. Qui si darà inoltre avvio, tra i primi in Italia, al Museo Digitale in grado di esplorare il mondo dell’arte Nft.

E a quel punto, perché no, il percorso di visita può ripartire dalle origini, senza soluzione di continuità, per nuove esperienze e ricerche, ovvero dall’antica dedica che campeggia al piano primo, dove si trovano le collezioni storiche di Palazzo dei Musei: Discentium commodo adveniarium spectaculo, Per l’utile di chi sa e per la meraviglia di chi entra.

PROVE GENERALI DI UN MUSEO – I Musei Civici di Reggio Emilia sono allestiti in quello che era l’antico convento della chiesa di San Francesco dove nel 1830 viene collocata, in ricercati armadi di gusto neoclassico, la collezione dello scienziato illuminista Lazzaro Spallanzani acquistata dalla Comunità nel 1799. E dove Gaetano Chierici, il padre della Paletnologia italiana, a partire dal 1862 realizza il suo Museo di Storia patria. Sono i primi giacimenti di un mondo, quasi un universo, definito “prezioso pedigree collezionistico” da Elisabetta Farioli, già direttore dei Musei Civici, che ha accompagnato il percorso decennale di ricerca, mostre e allestimenti verso il Nuovo Museo, accettando la sfida di “guardare al passato delle nostre raccolte con atteggiamento critico, consci della responsabilità di rivolgersi al visitatore di oggi”.

Nel Nuovo Museo, che è autoriale e riconoscibile, la cronologia non è più l’unica modalità di racconto, il museo non è più “un unico nastro trasportatore delle storia”. Ogni oggetto ha un “tempo multiplo” e aprendosi a temporalità differenti può innescare relazioni diverse e nuovi significati che “fermentano”, per dirla con Walter Benjamin.

Questa idea di museo e di narrazione, di Temporary Museum, è stata approfondita ed evidenziata a Reggio Emilia nel percorso decennale – al piano terzo del Palazzo dei Musei, quello con maggiore vocazione “laboratoriale e ricercativa” – di iniziative partecipate, allestimenti sperimentali, mostre fra cui L’amore ci dividerà, Gli oggetti ci parlano, Le stanze del tempo, For inspiration only, Tutto quadra/Tutto tondo e On the road sulla millenaria Via Emilia.

Queste iniziative si possono leggere nel loro insieme quali “Prove generali” del Nuovo Museo, che è anche contenitore di questo percorso e ne propone esperienza, conoscenza, intuizioni.

CONSERVAMI E VIVIMI – Se al piano primo, nelle collezioni storiche, è stato possibile “ascoltare” il passato e al piano terzo lo spazio è per la sperimentazione in un laboratorio continuo di vita e quotidianità, al piano secondo è il momento della “proposta” per l’esperienza full immersion del visitatore.

Introdotto dalla rarità testimoniale della Venere di Chiozza, che al tempo stesso conclude la sezione delle collezioni storiche, si apre il piano secondo: il centro, il core dell’edificio, ma anche del significato dato a tutto il Museo.

DA VIVERE E AMMIRARE – Nel Nuovo Museo – quattro gallerie disposte a quadrilatero, una superficie di 1.000 metri quadrati e un migliaio di oggetti esposti – si procede in due direzioni: verticale, ovvero una narrazione episodica, e orizzontale, vale a dire una ‘narrazione seriale’ sviluppata su più episodi.

La soglia emotiva si alza con la Necropoli preistorica che riverbera i suoi scheletri alla luce tremula del soffitto specchiato; le parure di gioielli (omaggio al ruolo della donna fin dall’antichità) adornano le enigmatiche ombre dei mezzi busti delineati in sorte di luminescenti ‘vetrine in forma di culla’.

Non possono mancare quattro armadi ottocenteschi dedicati al ‘metodo Chierici’ che, nel consueto gioco di rimandi filologici, collegano all’antico Museo di Storia patria del piano primo.

E si intercettano nel contempo i grandi episodi del design, del lavoro, dell’economia, della produzione Made in Reggio.

Nella Galleria d’arte, l’ambientazione cambia di segno: la carta da parati alle pareti, la boiserie che include oggetti e video, nuove declinazioni di vetrine tridimensionali in dialogo incrociato con le pareti circostanti. Filo conduttore è qui la riflessione sul rapporto tra Reggio Emilia e gli Estensi in quattrocento anni di storia, da Ludovico Ariosto alla soglia dell’Unità d’Italia. Un rapporto complesso e spesso conflittuale, che si conclude con il Primo Tricolore, vessillo della Repubblica Cispadana, padre di quello risorgimentale e nazionale, emblema di libertà, eguaglianza, fraternità e dunque emancipazione dal dispotico ‘tallone’ ducale.

La narrazione contempla una copia della celebre Notte (L’Adorazione dei pastori) del Correggio, prima prelevato dalla Basilica di San Prospero da Francesco I d’Este per la sua collezione di corte e finito poi a Dresda nella disgraziata Vendita di Francesco III d’Este. Poi opere pittoriche, dipinti provenienti da chiese scomparse, artisti importanti che nel Seicento si ritrovano nel cantiere della Basilica della Ghiara, fino alle testimonianze della cultura accademica ottocentesca. La pittura si intreccia con le arti applicate, le armi, i tessuti, la scenografia, eccellenze della città dal Quattrocento al Settecento.

Nella sala del Rinascimento una grande teca racconta la storia della famosa Mappa di Cantino commissionata nel 1502 da Ercole I d’Este a un cartografo portoghese. La mappa raffigura il mondo noto all’epoca e soprattutto rappresenta la curiosità della corte estense per le nuove scoperte e l’apertura di Reggio Emilia al mondo, che accompagna la sua storia fino al giorno d’oggi. Ecco allora l’Africa con la testa di rinoceronte, l’Amazzonia con i pappagalli le cui piume ritornano nelle amache e nelle tuniche decorate, sullo sfondo interpretazioni fotografiche degli stessi paesaggi. E ancora, el conquistador col suo bargueno e altri attrezzi da viaggio.

Nell’Ottocento, dopo l’arte accademica e gli oggetti di lavoro di Alfonso Chierici, la curiosità per i nuovi mondi coinvolge Antonio Fontanesi col suo insegnamento che trasmette al Giappone le conoscenze occidentali sulla prospettiva e la pittura ad olio, assorbendo poi dalla cultura orientale il rapporto totalizzante con la natura.

Ed ora – in un finale che è al contempo un nuovo inizio – all’ultimo lato del quadrilatero, l’immersione nella Contemporaneità, fra pareti bianche, luci diffuse, ariosità degli ambienti.

L’idea è stata di valorizzare, quale patrimonio dei cittadini, l’eccezionale raccolta di opere e relazioni acquisite durante la lunga esperienza di Fotografia Europea. Da un lato sarà così garantita una accessibilità più continua a questo amplissimo e pregevole patrimonio fotografico sia per i cittadini che per i turisti e nello stesso tempo sarà segno e riferimento del Museo quale luogo deputato all’ampia piattaforma partecipativa che il festival ha saputo costruire.

Uno spazio di particolare rilievo è destinato a Luigi Ghirri: non un omaggio celebrativo ma – in collaborazione con gli Eredi Ghirri – una ricerca aperta sul suo lavoro nelle tante possibili sollecitazioni che il suo ‘sguardo’ continua a far lievitare nella contemporaneità.

CON JIMI HENDRIX – Con le parole di Jimi Hendrix, Are You Experienced, essere trasformati dall’esperienza. Il museo ingloba gli eventi della vita e aiuta a informarli di senso e significato: annullando i confini, l’arte arriva a includere esperienze di vita e comunità, e il museo le mette in scena. Questo è il Nuovo Museo di Reggio Emilia.

PROMOTORI E SOSTENITORI – La realizzazione del Nuovo Museo nel Palazzo dei Musei di Reggio Emilia, promossa dal Comune di Reggio Emilia-Musei Civici, si realizza grazie al sostegno di Ministero della Cultura – Cantiere Estense_Un Progetto del Mic, Regione Emilia-Romagna e con il contributo Art Bonus di Iren spa.

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