Martiri Reggio, bagarre in Aula Regione

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Scrivono i consiglieri della Lega: “Dopo la bagarre in Aula per la violazione del Regolamento dell’Assemblea legislativa della Regione Emilia-Romagna, sollevata dal capogruppo della Lega E-R, Matteo Rancan, il leader regionale del Carroccio ha dato lettura in Aula di un post pubblicato su Facebook da una dipendente regionale nonché componente provinciale dell’Anpi di Reggio Emilia che recitava: “Succede in Assemblea Legislativa Emilia Romagna che si vogliano commemorare i Martiri del 7 Luglio. Succede che si palesino per quel che sono, cioè i soliti fasci merda”. Il post è stato scritto da una dipendente della Regione Emilia Romagna e per questa ragione il capogruppo della Lega, insieme ai consiglieri regionali reggiani del Carroccio, Gabriele Delmonte e Maura Catellani, hanno chiesto all’Ufficio di Presidenza dell’Assemblea legislativa di valutare eventuali provvedimenti disciplinari nei suoi confronti”.

La posizione dei consiglieri di sinistra: “A 60 anni dai fatti tragici che costarono la vita a cinque operai. I consiglieri reggiani del centrosinistra ”Per i consiglieri di destra evidentemente, i nostri martiri non meritano la dignità della memoria”.

“Sarebbe stato importante celebrare, con un minuto di silenzio unificante di tutto l’arco costituzionale rappresentato in consiglio regionale, il 60esimo anniversario dei ‘fatti di Reggio Emilia’. E invece abbiamo assistito alla banalizzazione offensiva e derisoria della strage di Stato ad opera dei consiglieri della destra”, così i reggiani Roberta Mori, Stefania Bondavalli, Ottavia Soncini, Federico Amico e Andrea Costa stigmatizzano la bocciatura della proposta di raccoglimento avanzata ieri durante i lavori dell’assemblea legislativa.

In apertura della seduta pomeridiana, infatti, in viale Aldo Moro è stata avanzata la proposta di commemorazione, in occasione dei 60 anni dalla morte di Lauro Farioli, Ovidio Franchi, Emilio Reverberi, Marino Serri, Afro Tondelli – i cinque operai reggiani uccisi dalle forze dell’ordine mentre cantavano canzoni di protesta nella manifestazione sindacale indetta dalla CGIL reggiana –, per sottolineare una ferita che ha segnato profondamente la città del Tricolore e la democrazia italiana.

“C’è un filo rosso che tiene insieme la memoria di quel tragico giorno e le piazze del nostre tempo – spiega Amico -. Le nuove generazioni di allora e di oggi, dai ragazzi con le magliette a righe del 1960 a quelli di Black lives matter, dei Pride, dei Friday for future, fino alle Sardine e ai recenti Stati popolari ci chiedono una politica nuova che ponga al centro l’uguaglianza, i diritti e il contrasto ad ogni forma di autoritarismo, intolleranza, odio”.

Una proposta di raccoglimento che è stata duramente attaccata dai banchi dell’opposizione, fino a spingersi a ridicolizzare l’anniversario richiamando fatti accaduti in altri secoli sempre il 7 luglio: “Banalizzare in questo modo la memoria dei ragazzi di Reggio, senza nulla togliere ad altri episodi luttuosi che possono avere in comune la data in cui sono accaduti, è vergognoso, squallido, irricevibile e racconta della ideologia di cui sono imbevuti ancora oggi i consiglieri di destra – commentano duramente dal centrosinistra -. Per quest’ultimi, evidentemente, i nostri martiri non meritano la dignità della memoria”.

Il capogruppo della Lega Rancan. Il caso del 7 Luglio 1960 ha fatto sospendere la seduta del consiglio regionale, con la convocazione urgente della riunione dei capigruppo consiliari per decidere se e come proseguire i lavori. “Un pericoloso precedente in violazione del regolamento del consiglio regionale” ha tuonato il capogruppo della Lega Emilia Romagna, Matteo Rancan, accusando la presidente dell’Assemblea Legislativa regionale, Emma Petitti, di aver dato la parola al consigliere reggiano Federico Amico per un intervento sull’ordine dei lavori dell’aula, mentre l’esponente di Emilia-Romagna Coraggiosa ha utilizzato il proprio tempo per ricordato le vittime dei disordini del 7 Luglio 1960 a Reggio Emilia, anziché attenersi al tema previsto dall’ordine dei lavori. “La possibilità di parlare di qualsiasi argomento oltre l’ordine ufficiale del giorno dei lavori dell’assemblea – ha protestato in aula il leghista Rancan – è una grave violazione del regolamento dell’Aula e, di fatto, crea un precedente. Ogni consigliere, a questo punto, può intervenire a suo piacimento ricordando qualsiasi cosa, ciò che non si addice alla serietà di questa Aula, e dico questo senza entrare nel merito di quanto sostenuto dal consigliere Amico. Tema che oltretutto meriterebbe una discussione più dettagliata e approfondita e non una strumentalizzazione fine a se stessa come quella alla quale abbiamo assistito oggi” conclude il capogruppo regionale del Carroccio.

La posizione di Emilia Coraggiosa. Sui Martiri del 7 luglio non si possono tollerare censure». Lo afferma Federico Amico, consigliere regionale di Emilia-Romagna Coraggiosa e presidente della Commissione Parità e Diritti, contestato e interrotto più volte in Assemblea legislativa dai colleghi del centrodestra durante un intervento dedicato al ricordo della strage. Amico oggi, nel giorno in cui ricorre il 60° anniversario dei “morti di Reggio Emilia”, ha voluto commemorare in Aula il grave fatto di sangue in cui la polizia uccise cinque giovani operai, ex partigiani, nel corso di una manifestazione pacifica.
«C’è un filo rosso – ha detto nel suo intervento Amico – che tiene insieme la memoria di quel tragico giorno e le piazze del nostro tempo. Le nuove generazioni di allora e di oggi, dai ragazzi con le magliette a righe del 1960 a quelli di Black Lives Matter, dei Pride, dei Fridays for Future, fino alle Sardine, ci chiedono una politica nuova, che ponga al centro l’uguaglianza, i diritti e il contrasto a ogni forma di autoritarismo, intolleranza, odio».
Ma le parole del consigliere sono state interrotte più volte dalle urla dei colleghi di centrodestra che, contestando pretestuosamente un vizio procedurale, hanno cercato così di impedire ad Amico di portare a termine il suo ricordo dei Martiri. «Così facendo – ha commentato – Lega e Forza Italia calpestano di fatto la memoria di Lauro Farioli, Ovidio Franchi, Emilio Reverberi, Marino Serri e Afro Tondelli e il dolore dei loro familiari. Il centrodestra ancora una volta si sottrae al confronto storico e politico sulla Memoria e utilizza le uniche armi che conosce: la violenza e la censura».

Il testo integrale del discorso di Federico Amico:

“La nuova Resistenza”. Così lo scrittore Carlo Levi definì l’ondata di protesta e mobilitazione nazionale dei giovani che nel luglio 1960 a Reggio Emilia, a Genova, in Sicilia e in tutta Italia scesero in piazza versando sangue in difesa dei valori della Costituzione. Sono passati 60 anni da quel tragico 7 luglio quando – in tempo di pace – le forze dell’ordine uccisero, durante una manifestazione sindacale, cinque reggiani, partigiani e giovani operai: Lauro Farioli di 22 anni, Ovidio Franchi di 19, Emilio Reverberi, di 39, Marino Serri, 41enne, e Afro Tondelli, di 36 anni. Alla strage di Reggio Emilia, con il suo tremendo tributo di sangue, seguirono l’immediato sciopero generale nazionale e le dimissioni del primo ministro Tambroni, 12 giorni dopo.

Il 7 luglio 1960 fu l’apice di un periodo di alta tensione che scosse tutto il paese per molte settimane. Causa scatenante fu la formazione del governo Tambroni, nato con il determinante appoggio esterno dell’Msi. Ma anche il fatto che Genova, città medaglia d’oro della Resistenza, fu scelta come sede per il congresso del partito di dichiarata ispirazione neofascista. In ogni piazza si realizzò una spontanea saldatura tra la rivolta antifascista, le rivendicazioni economiche di tante categorie e le ansie disattese di molti giovani senza lavoro o prospettive di inserimento sociale.

La sera del 6 luglio la Camera del lavoro di Reggio Emilia proclamò lo sciopero cittadino per il giorno successivo. Il comizio si sarebbe dovuto tenere nella Sala Verdi del Teatro Ariosto, che può accogliere fino a 200 persone, ma nel pomeriggio del 7 luglio una folla enorme invase la piazza.

Alle 16.45 la manifestazione pacifica fu travolta da una carica di oltre 350 poliziotti e carabinieri. Incalzati dalle camionette, dai getti d’acqua e dai lacrimogeni, i manifestanti cercarono rifugio e risposero alle cariche con un disperato lancio di oggetti. Fu allora che le forze dell’ordine impugnarono le armi e iniziarono a sparare ad altezza d’uomo. Decine di persone vennero ferite. in cinque restarono a terra senza vita.

La strage del 7 luglio è immortalata in un disco, pubblicato dalla rivista “Vie Nuove”, che riproduce le voci e i rumori di quella giornata. «Ebbi il nastro dal commesso di un negozio di tessuti, che si era portato lì il registratore per registrare il comizio – racconta Maria Antonietta Maciocchi, allora direttrice della rivista – e invece finì per registrare l’agghiacciante sparatoria, non una guerra ma una fredda carneficina». Tremendo risuona il grido di un commissario che ordina: «Sparate nel mucchio!». Quelle voci e quei rumori oggi sono parte della memoria collettiva della città di Reggio Emilia e dell’Italia intera. Una storia che dobbiamo continuare a tramandare ai nostri giovani, agli studenti, alle nuove generazioni.

Silvano Franchi, fratello del più giovane tra i cinque martiri, il diciannovenne Ovidio, in tutti i suoi interventi ancora oggi raccomanda di continuare a «tenere viva la memoria nelle scuole, a spiegare agli studenti i sacrifici dei caduti, le ragioni che li hanno portati a essere in piazza quel giorno. I martiri meritano giustizia e la loro storia dovrebbe essere trascritta sui libri di testo». C’è un filo rosso che tiene insieme la memoria di quel tragico giorno e le piazze del nostro tempo. Le nuove generazioni di allora e di oggi – dai ragazzi con le magliette a strisce del 1960 a quelli di Black Lives Matter, dei Pride, dei Fridays for Future, fino alle Sardine e ai recentissimi Stati Popolari – ci chiedono una politica nuova, che ponga al centro l’uguaglianza, i diritti e il contrasto a ogni forma di autoritarismo, intolleranza, odio.

Anche un intellettuale come Pier Paolo Pasolini restò colpito dai fatti del 7 luglio 1960. Facciamo nostre le sue parole all’indomani della strage: «Io, per me, sono alieno dalla violenza e spero che mai più si debba scendere in piazza a morire. Noi abbiamo un potente mezzo di lotta: la forza della ragione, con la coerenza e la resistenza fisica e morale che essa dà. È con essa che dobbiamo lottare, senza perdere un colpo, senza desistere mai. I nostri avversari sono, criticamente e razionalmente, tanto deboli quanto sono poliziescamente forti: non potranno mentire in eterno. Dovranno pur rispondere, prima o poi, alla ragione con la ragione, alle idee con le idee, al sentimento col sentimento. E allora taceranno: il loro castello di ricatti, di violenze e di menzogne crollerà, com’è crollata la legge-truffa, com’è crollato il governo Tambroni. Gli italiani, per una parte, sono ingenui e politicamente immaturi, ma sono naturalmente intelligenti e si stanno lentamente rendendo conto da che parte sta la ragione. Le nuove leve di giovani lo dimostrano».

Oggi è responsabilità della politica, direi quasi è un obbligo morale, costruire le condizioni affinché le voci di cambiamento di queste nuove generazioni possano essere ascoltate. E’ il compito istituzionale più alto che possiamo darci a prescindere dai nostri partiti di appartenenza. A loro, ai giovani, dobbiamo garantire l’istruzione migliore e un lavoro stabile, entrambi presupposti della piena autodeterminazione di ogni persona. A loro dobbiamo assicurare la possibilità di costruire un “noi” collettivo che va dalla politica alle nuove forme di volontariato e di partecipazione. Su tutto, infine, abbiamo il dovere di unirci a chi nel mondo lotta per un sistema economico e sociale più giusto ed equo, per un futuro migliore.



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