Il terrorismo e l’ateismo di rifiuto

Don Giuseppe Dossetti

Settantacinquesima lettera alla comunità al tempo del coronavirus

Dio, di questi tempi, non è molto popolare. Ascoltiamo il terrorista che, in apertura del processo per la strage del Bataclan nel 2015 a Parigi, dichiara solennemente la sua fede in Dio e ritiene di essere un soldato, che combatte per la Sua causa: comprendiamo allora che esiste un ateismo di rifiuto, abbiamo orrore di un Dio che chiede sacrifici umani e negarlo e combatterlo può sembrare un dovere.

Al tempo di Gesù, Israele aspettava un Messia potente e la guerra santa era messa nel conto. Gesù accetta di essere riconosciuto da Pietro e dagli altri discepoli come “il Messia, il Figlio del Dio vivente”, ma subito dopo egli svuota questo titolo di ogni potenza e gloria mondane: “Il Figlio dell’Uomo dovrà soffrire molto, essere rifiutato, venire ucciso”. Solo dopo risorgerà, portando però nel suo corpo – indelebili – le piaghe della passione: quelle mani non potranno mai impugnare una spada.

Pietro, che al momento dell’arresto di Gesù la spada la impugnerà, si oppone e Gesù lo rimprovera con una severità sorprendente: “Passa dietro di me, Satana! Tu non pensi secondo Dio, ma secondo gli uomini”. Penso che questo tono di Gesù riveli che anche lui è sottoposto alla tentazione.

Infatti, la notte dell’arresto nel giardino, egli suderà sangue; ma, già nel deserto, Satana gli aveva proposto un compromesso: tu accetti la mia logica e io ti darò il successo, quel successo che è necessario per venire incontro alle grandi sofferenze dell’umanità, dal momento che la via che tu proponi, la via della mitezza, è una via perdente, che può soltanto portarti alla croce.

La tentazione si prolunga nella Chiesa. Non potrebbe essere altrimenti, dal momento che Gesù soggiunge: “Se qualcuno vuol essere mio discepolo, prenda la sua croce e mi segua”. La Chiesa dei martiri ha seguito quella strada e noi veneriamo questi eroi della fede.

Ma quando Costantino concesse la libertà alla Chiesa ed essa divenne una Chiesa di popolo, anzi, la custode della religione dello stato, i compromessi sono stati tanti e dolorosi. Non credo che il motivo fosse sempre la sete di potere e l’asservimento alla mondanità: in molti casi lo scopo era la difesa dei poveri, dei diritti e della libertà della Chiesa.

La comunità cristiana si è interrogata e continua a interrogarsi sull’uso del denaro e del potere. È troppo facile ridurre tutto alla natura del fine per il quale li si usa. Lo dimostra una gentile leggenda, che è collegata con la festa dell’Esaltazione della Santa Croce, che ricorre il 14 settembre.

L’imperatore bizantino Eraclio, dopo aver sconfitto nell’anno 627 – non senza una durissima lotta – Cosroe, imperatore di Persia, pretese la restituzione della reliquia della Santa Croce. Lui stesso prese la croce e la portò a Gerusalemme. Mentre scendeva dal monte degli Ulivi ed era a cavallo e negli splendidi abiti imperiali, giunto alla porta della città, questa improvvisamente cadde e il cumulo delle rovine gli impedì il passaggio.

Gli astanti ne furono altamente sorpresi, ma ecco un angelo con una croce in mano appare sulla porta e dice: “Quando il re dei cieli è entrato per questa porta per andare incontro alla sua Passione non incedeva vestito di manto regale, ma sedeva su di un’asina e ha lasciato ai suoi seguaci un esempio di umiltà”. Detto ciò, scomparve. Allora l’imperatore, commosso fino alle lacrime, depose tutti gli abbigliamenti restando semplicemente in camicia, depose anche le calzature e, presa la Croce del Signore, la portò pieno di umiltà fino alla porta: improvvisamente le pietre ritornarono al loro posto e lasciarono libero il passo all’imperatore (dalla “Leggenda Aurea” di Jacopo da Varagine).

La storia non dice se Eraclio abbia cambiato il suo modo di governare. Sta di fatto che, nella Chiesa, le parole e l’esempio di Gesù continuano a interrogarci. Abbiamo ricordato, due anni fa, l’incontro tra Francesco d’Assisi e il Sultano Malik al-Kamil, avvenuto nel 1219, nel pieno della Quinta Crociata. Fu un incontro di pace e di rispetto reciproco. Che cosa può insegnarci, oggi, questo lontano episodio?

La decisione di Francesco nasce dal suo desiderio di vivere il Vangelo sine glossa, cioè alla lettera, senza sconti, nell’ascolto e nella meditazione della parola di Gesù. Per questo non credo che si possano dare delle regole in materia di potere e di denaro. Però si può chiedere, con ferma determinazione, di essere illuminati sul modo, che ci è richiesto, di seguire il nostro Maestro.

Ci si può, anzi, ci si deve dare una regola di vita, di distacco dalla ricchezza, di semplicità e di generosità. Ci si può convincere sempre di più di essere dei servitori di Dio e dei fratelli uomini. Poi, se il Padrone vorrà qualcosa di più, penso che troverà il modo di farcelo capire. Oggi, contemplando la Croce, gli riconosciamo il diritto di farci queste richieste.




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