Da tempo gran parte dell’Europa occidentale è attraversata da uno spostamento politico a destra del tradizionale centrodestra. La politica, del resto, non sfugge alle leggi della fisica: quando si apre uno spazio, qualcuno lo occupa. È ciò che sta accadendo con il generale Vannacci, la cui libertà di manovra ha messo a soqquadro la Lega prima e il centrodestra poi. Se le elezioni politiche dovessero arrivare già nella primavera del 2027, come non è impossibile, i suoi voti diventeranno indispensabili a Giorgia Meloni per tentare la riconferma a Palazzo Chigi.
Visto dall’Emilia, però, tutto questo assume quasi un carattere metafisico. La destra emiliana osserva il potere, ma non ne studia i meccanismi. Eppure il sistema emiliano è uno degli oggetti politici più interessanti d’Italia. Cambia linguaggio, cambia simboli, cambia pelle. Dall’epopea resistenziale all’alta finanza di Carlo Cimbri e di Unipol, continua a occupare il centro del potere. Si scolora e si ricolora come uno Swatch al quarzo, ma segna sempre la stessa ora.
La destra emiliana, soprattutto a Reggio Emilia e Modena, in parte anche a Bologna, vive invece dentro una perenne illusione. Scambia la comunicazione per la politica. Produce selfie, comunicati, post, indignazione. Moltiplica la presenza e riduce l’incidenza. Governa poco, amministra raramente, forma una classe dirigente con il contagocce.
La politica è un’altra cosa. Richiede tempo, disciplina, competenza. Chiede di perdere molte battaglie prima di vincerne una. È una lunga traversata del deserto.
I leaderini locali, dai più giovani ai vecchi trichechi in cerca di riabilitazione, o forse di un ultimo élan vital, sembrano interessati soprattutto alla propria biografia. L’ambizione personale prevale sulla costruzione di una comunità politica. Così gli individualismi si sommano, ma non diventano mai una strategia.
Nel frattempo il sistema emiliano continua a governare. Anche amministrazioni deboli, come quella guidata da Massari, con una figura divisiva come Mahmoud e una concezione della politica che privilegia l’ideologia al confronto, vengono accettate come il male minore. Non per entusiasmo. Per assenza di alternative.
Lo si è visto anche nella camminata promossa dal Comune per ricordare il pizzaiolo ucciso. In politica esiste anche uno spazio simbolico. Il sindaco lo ha occupato. La destra, ancora una volta, lo ha lasciato agli avversari.
Oggi si chiude formalmente la stagione del Pnrr. Duecento miliardi di euro dopo, la crescita resta ferma e la spesa pubblica continua a salire. Un programma politico serio dovrebbe ripartire da qui: ridurre con gradualità la spesa improduttiva, abbassare la pressione fiscale, sostenere imprese e ceto medio. Qui si misura una cultura di governo, non nel numero dei post pubblicati in una settimana.
La destra emiliana, invece, continua a scegliere la strada più comoda. Può radicalizzarsi, parlare soltanto ai già convinti, coltivare una nostalgia identitaria e tornare al ruolo che il Msi ebbe nel secondo dopoguerra: testimoniare, non governare. Oppure può scegliere la strada difficile. Parlare la lingua degli emiliani, che è quella della concretezza, del lavoro, dell’onestà intellettuale e della buona amministrazione. Dimostrare di essere più capace degli altri. Non è una differenza di stile. È la differenza che passa tra una minoranza permanente e una classe dirigente.






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