Il referendum, la Repubblica e Flavia Steno

Flavia Steno ritratto

Il 2 giugno scorso la Repubblica italiana ha compiuto 75 anni. Noi ricordiamo l’anniversario immaginandoci un’intervista con la scrittrice e giornalista Flavia Steno, “femminista di destra”, che ha raccontato quel passaggio dal punto di vista delle donne.

Prima di dare la parola alla scrittrice svizzera, facciamo un breve excursus su quello che accadde nei giorni successivi il 2 giugno 1946, contrassegnati da violenze che provocarono morti e feriti.

La vittoria della Repubblica (12.717.923 voti pari al 54,2 percento) sulla Monarchia (10.719.284 voti pari al 45,8 percento) rivelò una profonda spaccatura tra il nord e il sud d’Italia. Se a Reggio la percentuale a favore della repubblica arrivò all’80 percento, a Napoli, ad esempio, le parti erano quasi invertite. E a ben ragione, Manlio Rossi Doria, vent’anni dopo, affermerà che insieme ai contadini trentini cattolici, che seguirono De Gasperi furono i «“cafoni” di Basilicata e Calabria a darci quei pochi milioni di voti in più per i quali siamo oggi retti a Repubblica anziché a monarchia».

La vittoria repubblicana fu duramente contestata dai monarchici, che denunciavano brogli, e i giorni successivi al 2 giugno furono contrassegnati da scontri sanguinosi, in particolare al Sud. A Napoli vi furono sette morti e numerosi feriti. Il re Umberto II, succeduto al padre Vittorio Emanuele III all’inizio del maggio 1946, non riconobbe subito la sconfitta innescando timori di un colpo di Stato.
Il re insisteva, infondatamente, sul fatto che il «calcolo dei risultati sul referendum si dovesse fare sulla base degli elettori votanti, tenendo cioè conto anche delle schede bianche e nulle». La parola fine fu apposta dalla Corte di Cassazione, per legge deputata a convalidare i risultati elettorali, il 18 giugno 1946: «Con tale verbale la Corte dà atto che, sentite le conclusioni del Procuratore generale, ha emesso giudizio definitivo sulle contestazioni, sulle proteste e sui reclami concernenti lo svolgimento delle operazioni relative al “referendum”. […] Premesso che la Corte ha ritenuto che per maggioranza degli elettori votanti […] deve intendersi la maggioranza degli elettori che hanno espresso voti validi… […] e che pertanto la maggioranza degli elettori votanti si è pronunciata a favore della Repubblica».

«Così la monarchia – scrive il “Giornale dell’Emilia” del 19 giugno ’46 – vede definitivamente tramontare quelle ultime speranze che ancora poteva avere in un verdetto della Cassazione favorevole alla interpretazione letterale dell’art. 2 della legge[d.l. 16 marzo 1946 n. 98]. Non è stato letto il numero complessivo dei votanti che perde comunque ogni importanza e che è tuttavia facilmente ricavabile sommando i voti attribuiti ai due contrassegni più quelli nulli. Il totale e di 24.935.343. La maggioranza è superata dai voti attribuiti alla repubblica per 250.000 voti e quindi nell’ipotesi, non verificatasi, di un’interpretazione letterale la vittoria sarebbe stata perfettamente legale».

Il Re di Maggio con tutta la dinastia sabauda, intanto, era già salito sull’aeroplano che lo portava in esilio. Esilio decaduto non tanto tempo fa.
Incontriamo, quindi, Flavia Steno, nome d’arte di Amelia Cottini Osta, giornalista e scrittrice, il 9 giugno 1946, nella sua casa di Genova. Con lei, “femminista di destra”, ricostruiamo il significato della partecipazione delle donne al voto sia referendario sia per la composizione dell’Assemblea Costituente, che prevedeva l’elezione non solo degli uomini ma anche delle donne.

Flavia Steno perché le donne hanno partecipato in massa al Referendum costituzionale e all’elezione dell’Assemblea Costituente, confermando cosi la grande partecipazione alle amministrative di febbraio/ marzo?
«Come già era avvenuto per le amministrative – risponde la giornalista e scrittrice italiana – anche queste elezioni politiche hanno provato quanto la donna abbia preso sul serio il privilegio conferitole con la scheda e come lo abbia subito tradotto in dovere recandosi a votare in una proporzione così imponente».

Potrebbe essere stata la semplice novità…?
Mi guarda un po’ perplessa e poi mi fissa dritto negli occhi.
«No! Non bisogna voler vedere in questa affermazione che ha sorpreso tutti, soltanto un gesto suggerito dalla novità. No. La donna ha votato sul serio, con deliberata coscienza, con determinata volontà di voler partecipare alla direzione della cosa pubblica con la persuasione (cioè qualcosa più della speranza anche se meno della certezza) di riuscire a “far andare un po’ meglio le cose”.

Che peso ha avuto, se lo ha avuto, secondo lei la guerra?
«Certo, le circostanze sono entrate per molto nella formazione di questo stato d’animo. Non ci fosse stata la guerra, non ci fosse stato il fascismo con tutto il terribile peso delle sue conseguenze: la tirannide, l’educazione negativa dei giovani, gli sperperi, le imprese belliche, la persecuzione – forse la donna avrebbe continuato a disinteressarsi della politica come aveva fatto sino al 1914, quando nemmeno il movimento suffragista era riuscito a darle l’ambizione del voto. Ma c’è stata la guerra.

La violenza in un certo senso ha spinto le donne al voto?
«Un fiume di sangue è passato sotto gli occhi delle donne italiane ed era il sangue dei loro uomini – dei figli e dei padri, dei fratelli e dei fidanzati. Famiglie a migliaia sono andate distrutte. Case, palazzi, chiese sono diventate montagne di macerie ostruenti le piazze e le strade di tutte le città d’Italia. […] Migliaia e migliaia di bambini orfani, di bambini abbandonati soffrono tuttavia per la mancanza di un tetto, di una tavola, di una carezza, d’una parola, inesorabilmente condannati alla perdizione, alla tubercolosi, al vizio. Teorie di reduci dalla prigionia si aggirano fra gli uomini loro fratelli pallidi, seminudi, disfatti dai lunghi stenti e dal troppo soffrire cercando invano il sospirato aiuto per riprendere a vivere. Tutto questo atroce quadro di più atroci realtà è la guerra. Le donne italiane lo sanno, e ciascheduna ha giurato in cuor suo di volere ucciderla la guerra.

Una rivolta innanzitutto morale…
«Per questo, soprattutto, la donna è andata a votare. Perché sa che quella incruenta e fragile arma che è la scheda potrà contribuire a far sì che non possa più verificarsi il fatto che attraverso una criminale politica mascherata d’ideologia, si ordiscano i sordidi intrighi d’interesse e si preparino le propagande bugiarde che fatalmente sfociano nelle guerre. Sopra ogni altra attesa o questione o problema, questo le donne vogliono: che la guerra sia finita per sempre.
Tutte vogliono questo, qualunque sia la loro fede: qual si sia il partito per il quale hanno votato. Diverse di idee, di credenze, di educazione, le donne italiane convengono tutte senza eccezione in questa esecrazione della guerra e nel fermo proposito di non volerla mai più.

Motivazioni sentimentali qualcuno le avrà contestato…?
«Infatti. Sento l’osservazione di qualche scettico: “Perché la donna fa del sentimento, non della politica”. D’accordo per oggi. Verrà purtroppo il giorno in cui anche la donna farà della politica pura, cioè, vale a dire quella che ha per movente e scopo soltanto una realistica visione d’interessi, ossia la cosa impura fra tutte: verrà quel giorno, e sarà un brutto giorno. Il sentimento ha le sue ragioni che non sono sempre, d’accordo, quelle della ragione, ma che tuttavia meritano di essere valutate. Perché non vorremmo dar loro diritto di cittadinanza nel campo politico? O il divorzio? O l’assistenza sociale? O la protezione della donna e del bambini? O l’assistenza agli emigranti? O la ricerca della paternità? Ma la vita si nutre di sentimento e vi si condizionano tutte le situazioni umane.

Le donne più sensibili degli uomini?
«Gli uomini – quelli, almeno, che hanno legiferato fin qui – non ne hanno quasi mai tenuto calcolo. Lasciamo che ne tengano conto le donne. Vuol dire che, a temprare la preponderante loro inclinazione in questo campo, saranno sempre pronto a intervenire gli uomini. Quelli politici, giudicano, risolvono, unicamente alla stregua degli interessi realistici.
Ma non è male che, una volta tanto anche costoro vengano richiamati a considerare l’individuo a sé stante, con la sua capacità di amare, di soffrire, di lavorare, di piangere, col suo destino di vita e di morte, tante volte dipendente, quest’ultimo, proprio dal beneplacito di coloro che sono chiamati a prendere le supreme decisioni.

Più sentimento che politica, alla fin fine…
«Sì, hanno votato col sentimento, le donne. E col sentimento entreranno a Montecitorio e ci staranno bene. Perché, intendiamoci: se dovessero entrarci proprio nelle stesse identiche condizioni di spirito dei loro colleghi maschi, la loro presenza laggiù sarebbe perfettamente superflua in quanto si ridurrebbe a far numero.
Capisco che secondo i criteri vigenti a sinistra, il numero ha capitale importanza, ma la donna, anche quella di sinistra, credete a me, vedrà sempre pur nella massa, un’accolta di individui, e a quelli presi uno per uno, andranno sempre le sue attenzioni, le sue preoccupazioni, il gesto della sua solidarietà. Il suo sentimento, insomma».

L’intervista l’abbiamo ricavata dall’articolo “Politica e sentimento” di Flavia Steno, nome d’arte di Amelia Cottini Osta (una scheda biografica della scrittrice svizzera segue queste righe), uscito sul “Giornale dell’Emilia”, il 9 giugno 1946.
È interessante sottolineare che “Il Giornale dell’Emilia” (così fino al 1953, poi tornato alla vecchia ragione sociale,“il Resto del Carlino” ), di posizioni centriste, aveva scelto la causa repubblicana.
Abbiamo definito Flavia Steno “femminista di destra”, “rubando” il titolo a una tesi di laurea a lei dedicata discussa da Iasmina Santini, nel 1999, all’ateneo di Siena Femminista di destra, Flavia Steno ora in Gabrielli, Patrizia (a cura di), Vivere da protagoniste. Donne tra politica, cultura e controllo sociale, Carocci, Roma 2001.

La foto della pagina del “Giornale dell’Emilia” è del collega Pier Luigi Alberici.

Flavia Steno

Flavia Steno, Lugano, Svizzera, 1877 – Genova, 1946, nome d’arte di Amelia Cottini Osta, fu una giornalista e scrittrice italiana di romanzi d’appendice, molto popolare agli inizi del XX secolo. Entrò nella redazione del quotidiano genovese Secolo XIX nel 1898, dapprima come giornalista e in seguito divenne scrittrice, con lo pseudonimo di Flavia Steno. Tra i suoi romani: L’ultimo sogno e Il pallone fantasma del 1911, Così, la vita! e Fra cielo e mare del 1912, La nuova Eva e La veste d’amianto del 1913, Il gioiello sinistro del 1914, Il miraggio del 1915 e Oltre l’odio del 1916.

Inoltre a lei è anche dedicata una via nel quartiere di Quarto a Genova “via Flavia Steno”.

È sepolta a Genova nel cimitero monumentale di Staglieno.




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