Il Maestro

Miten Veniero Galvagni luce

Dunque mi trovavo nel buio più pesto, e stavo vivendo la noia mortale. Ero dimagrito molto, ero pelle e ossa, le mie giornate sembravano tutte grigie, senza picchi emotivi. Non è forse nel momento in cui siamo proprio persi che può giungere il Maestro?

Grazie ai miei genitori, che mi aiutarono a seguire le pratiche assicurative relative al sinistro, ricevetti un gruzzoletto che mi permise di finire il corso di laurea in Filosofia e intraprendere un altro corso di laurea in Educatore professionale.

Era l’estate del 2003 e mi trovavo al C.S.M. di Gemona del Friuli a svolgere il tirocinio come educatore. Vidi un manifesto appeso: “Corso di counseling Saha, direttore scientifico Miten Veniero Galvagni”. Non sapevo nulla del counseling, ma mia zia mi aveva parlato bene di questo psichiatra. Nei primi anni di filosofia ero anche stato a una sua conferenza.

Decisi di iscrivermi. Trovai in questo corso molte persone con nomi strani, che per salutarsi si abbracciavano. Scoprii che molti di loro appartenevano alla Comunità dei Riconoscenti. Un po’ mi infastidivano tutti questi abbracci. Pensavo, tra me e me: “Siamo qui a imparare, mica a gongolarsi e ad abbracciarci in modo così appiccicaticcio”.

Accadde che alla prima lezione di psicologia mi trovassi fuori dall’aula a fumare una sigaretta con Miten e a parlargli di Carlo Michelstaedter, in particolare di come avesse rappresentato Platone e Aristotele nella sua tesi di laurea. Si era immaginato Platone come un aerostato che vola verso il mondo delle idee e Aristotele come una zavorra che porta l’uomo a terra, per fondare quella modalità di pensiero logico-scientifica che avrebbe poi avuto il più ampio seguito, concentrandosi sulla materia e sull’oggettività.

Io tenevo per Platone. A questo punto dissi a Miten che non avevo nessuna spiritualità, che non avevo mai meditato, e che non ero sicuro di essere adeguato a quel corso. Mi guardò intensamente e mi disse: “Da ciò che dici, Platone, l’aerostato… ci sei immerso”.

Scoprii nelle lezioni successive del corso che molti dei partecipanti riconoscevano Miten come Maestro. Decisi che volevo anch’io chiedergli se poteva essere mio Maestro, poiché le lezioni che teneva mi toccavano dentro, mi sentivo come friggere, sentivo che volevo imparare molto da lui.

Gli chiesi se potevo andare a trovarlo, mi diede il suo numero di telefono, gli telefonai e fissammo un appuntamento. Andai da lui e pensavo che sarei rimasto un paio di orette, ma non fu così: ci sedemmo su due poltrone in pelle, poi iniziò a parlarmi, parlò per un pomeriggio intero. Io ero affamato delle parole che sentivo tra Osho, Buddha e Gesù. Il tempo sembrava inesistente.

Era ormai sera, mi chiese: “Sei un extraterrestre o mangi di solito?”. Mi disse che aveva una stanzetta per gli ospiti, che mi sarei potuto fermare a dormire da lui.

Il giorno dopo, prima di salutarci, mi invitò a partecipare a un ritiro di meditazione ad Assisi nell’estate successiva, condotto da lui e da un ex monaco buddhista, Mario Thanavaro. Mi guardò e mi disse che la mia parte sinistra era sbilanciata rispetto a quella destra. Mi consigliò anche di meditare ogni giorno, mattina e sera, e di frequentare il centro di meditazione dell’associazione Oceano di Amicizia.

Infine mi chiese cosa fossi andato a fare da lui. Gli dissi: “Puoi essere mio Maestro?”. Mi rispose: “Per come me l’hai chiesto, sì”.




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