Antifascismo, il fragile fiore

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In giornate in cui ci troviamo di fronte ad azioni, gesti e affermazioni riconducibili esplicitamente all’ideologia fascista ci rendiamo conto di quanto l’antifascismo sia un fragile e indifeso fiore nelle italiche praterie. Intimidazioni, aggressioni, azioni apertamente razziste e quant’altro provocano brevi fiammate di indignazione e accorate chiamata alle armi di schiere sempre più disperse e divise, ancora incapaci di elaborare lo shock della vittoria della destra fascio-leghista e del dilettantismo politico stellato.

Una chiamata alle armi che il più delle volte sembra un’azione obbligata più che sentita, un radunarsi intorno a vecchie, logore, bandiere.
Quello che vediamo e proviamo è un antifascismo fragile. Perché.
Propongo qualche elemento di riflessione che, spero, sia di qualche utilità.

Il primo è quasi banale. L’antifascismo in Italia è fragile perché…l’Italia è stata fascista.
Fascista per opportunistica convenienza, certo (Longanesi diceva che “Essere fascisti è obbligatorio, ma non è impegnativo”), ma anche per convinzione, perché il fascismo era stato espressione dei tanti difetti e limiti di una nazione ancora giovane e nata su tante contraddizioni (frattura nord-sud, distacco fra Stato e Nazione, una monarchia certo non all’altezza del compito storico di costruire uno Stato moderno, la presenza ostile della Chiesa). Il fascismo è stato il veicolo di approdo dell’Italia alla modernità, con tutte le aporie che ancora oggi scontiamo, mentre l’Italia post-fascista ha vissuto la transizione verso la democrazia sulla base di una sostanziale continuità di apparati dello Stato, istituzioni e uomini.

Un secondo elemento investe direttamente il fenomeno-Resistenza.
Defunto l’antifascismo degli anni anni trenta, con la firma del Patto Molotov-Ribbentrop, l’antifascismo che è alla base della lotta degli anni 1943-45 viene in qualche modo “reinventato” dagli alleati e facilitato, nello scenario italiano, dall’atteggiamento di collaborazione dell’Urss tradotto nella cosiddetta “svolta di Salerno”. Antifascismo per la prima volta unitario, il contributo degli italiani allo sforzo alleato contro il III Reich.

Ma la Resistenza non fu un fenomeno nazionale, l’avanzata degli alleati nella penisola, se evitò le tragedie dell’occupazione nazista, paradossalmente ebbe un effetto negativo sulla (ri)costruzione democratica in quelle zone del paese dove non si ebbe nessuna rottura fascismo\democrazia ma una quasi completa continuità di classi dirigenti, inclusi i rapporti tra Stato, Chiesa e criminalità organizzata.
Ampie zone d’Italia che erano state fasciste fino al giorno prima non ebbero la Resistenza a sovvertire l’ordine sociale e politico pre-esistente, a fornire una nuova classe dirigente. L’Italia del “prima” si riversò nel “dopo” come i risultati del referendum del 2 giugno 1946 confermarono, con l’Italia spaccata in due, con il nord repubblicano e un sud ancora monarchico. Per questa parte d’Italia l’antifascismo rimase un fenomeno di minoranze politicizzate, un’eco lontana di fronte al potere reale e presente sul territorio.
La Resistenza, anche dove ci fu, non fu un fenomeno di massa come la narrazione post-bellica ha voluto presentare e il punto di vista emiliano e reggiano in particolare (dove davvero la lotta assunse caratteristiche di ampia diffusione) possono allontanare da una valutazione più realistica.

Quando poi, nell’Italia della ricostruzione e della guerra fredda, l’antifascismo fu preso-e a buon diritto- come collante identitario dal solo partito comunista (la DC che avrebbe avuto altrettanto diritto di rivendicare la sua attiva partecipazione alla Resistenza scelse la via dell’atlantismo e dell’anticomunismo) si innescò il processo che vediamo oggi giungere alle estreme conseguenze.
Antifascismo, eredità della Resistenza, come residuale ideologia di parte, geograficamente vincolata e limitata.

Il post 1989 ha poi fatto il resto: la sinistra post-comunista trasformista e incapace di arrivare alla sua Bad Godesberg per ridefinire, finalmente, l’antifascismo nella categoria dell’antitotalitarismo, lo abbandonava invece nella mani dell’estremismo antagonista o di un’associazionismo sempre più esangue, di fronte alle antiche correnti sotterranee che potevano riemergere nel berlusconismo prima e nella polverizzazione degli schieramenti che stiamo vivendo. La parola “antifascismo” non figura neppure una volta nel Codice Etico del PD (2008).

Crollato il muro, si volle far dimenticare di essere stati comunisti fingendo che anche i fascisti (passati da Fiuggi) avessero cambiato pelle e idee. Per sentirsi “normali” e “moderni” si rifiutò una riflessione sul passato e un progetto di futuro nella nuova dimensione europea, per rinchiudersi in un eterno presente durato fino ad oggi quando è diventata evidente la pervasività e la pericolosità di un fascismo antico e nuovo, declinato anche nei nazionalismi sovranisti in rapida espansione. Di fronte ad esso l’Italia sconta forse ancora più di altre nazioni la propria esperienza di divisione storica della sinistra, di risorgente settarismo, di incapacità di ritrovare altre radici ideali capaci di superare la presunta fine del binomio destra\sinistra, ma soprattutto di ragionare su quanto un “populismo democratico” avesse innervato nel passato anche rilevanti filoni della sinistra istituzionale.

Del resto non sfugge l’anacronismo contemporaneo nel constatare ancora oggi-a quasi 30 anni dalla caduta dei regimi socialisti- la qualifica di “antifascista” rivendicata da movimenti\partiti\associazioni che si richiamano esplicitamente all’ideologia comunista (e\o, peggio ancora, a quell’ideologia tragicamente realizzata fino al 1989), magari schierandosi fra gli ammiratori di sinceri democratici come Vladimir Putin o della tecnocrazia cinese.

La stessa parola “antifascista” rischia in questo modo un fine davvero poco gloriosa se non riuscirà ad essere coniugata su dimensione europea nella categoria dell’Antitotalitarismo, in grado così di leggere ed interpretare le tante nuove forme di attacco alla nostra democrazia, frutto della vittoria sul progetto nazista e fascista, che la contemporaneità ci propone.




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