Una macchina può imparare a riconoscere un tramonto. Può descriverlo, confrontarlo con milioni di altre immagini, persino scrivere una poesia sul rosso del cielo. Ma può davvero vedere quel rosso? E soprattutto: può provarne qualcosa?
È una domanda che fino a pochi anni fa apparteneva quasi esclusivamente alla filosofia. Oggi, con l’avanzata dell’intelligenza artificiale e i progressi nella comprensione dei meccanismi interni dei modelli più avanzati, è diventata anche una questione scientifica.
C’è una parola poco conosciuta al di fuori degli ambienti specialistici, ma che racchiude una delle questioni più profonde della conoscenza umana: qualia.
Con questo termine si indicano gli aspetti soggettivi dell’esperienza. Il rosso che vediamo in un tramonto. Il sapore del caffè. La sensazione del dolore. La malinconia evocata da una fotografia ritrovata dopo molti anni. Non il fenomeno fisico che li produce, ma ciò che si prova nel viverli.
Il tema è tornato indirettamente d’attualità grazie ai progressi dell’intelligenza artificiale. Alcuni recenti studi sui grandi modelli linguistici stanno cercando di comprendere cosa accada all’interno di sistemi che, fino a poco tempo fa, erano considerati sostanzialmente indecifrabili. I ricercatori stanno individuando schemi, percorsi e rappresentazioni che consentono di associare determinate configurazioni interne a concetti, intenzioni o categorie di significato.
In altre parole, si stanno costruendo mappe.
La suggestione è inevitabile: se impariamo a leggere sempre meglio ciò che accade all’interno di una rete neurale artificiale, potremmo un giorno fare lo stesso con il cervello umano? E, soprattutto, una mappa sufficientemente dettagliata potrebbe spiegare la coscienza?
È qui che la discussione si fa particolarmente interessante.
Le neuroscienze hanno compiuto enormi progressi nell’individuare i correlati neurali delle nostre esperienze. Sappiamo che determinate aree cerebrali partecipano all’elaborazione delle emozioni, della memoria, della percezione visiva o del dolore. Possiamo osservare reti neuronali che si attivano in relazione a specifici stati mentali e immaginare che, in futuro, queste mappe diventino sempre più precise.
Ma una cosa è identificare il correlato di un’esperienza, un’altra è spiegare l’esperienza stessa.
Immaginiamo di poter osservare il cervello di una persona mentre guarda il mare al tramonto. Potremmo registrare l’attività di milioni di neuroni, misurare variazioni chimiche e individuare le aree coinvolte. Avremmo una descrizione dettagliatissima di ciò che accade nel cervello. Ciò che continuerebbe a sfuggirci è la qualità soggettiva di quell’esperienza: il modo in cui quel tramonto viene vissuto da quella persona.
È questo il nodo teorico dei qualia.
Il filosofo australiano David Chalmers lo definì il “problema difficile” della coscienza. Comprendere come il cervello elabori informazioni è certamente complesso, ma forse ancora più difficile è spiegare perché tale elaborazione sia accompagnata da un’esperienza soggettiva. Perché non siamo semplicemente sistemi biologici che reagiscono agli stimoli? Perché esiste un “sentire” associato ai processi mentali?
Le risposte proposte nel corso degli anni sono state diverse.
Una parte della ricerca contemporanea ritiene che la coscienza emerga dalla complessità dell’organizzazione cerebrale. In questa prospettiva, comprendendo sempre meglio il funzionamento del cervello e dei sistemi artificiali, potremmo avvicinarci a una spiegazione completa dell’esperienza cosciente.
Altri studiosi e pensatori ritengono invece che la coscienza rappresenti qualcosa di più fondamentale. Tra questi vi è Federico Faggin, che negli ultimi anni ha sostenuto che l’esperienza soggettiva non possa essere ridotta esclusivamente a processi fisici e computazionali. Secondo questa impostazione, il cervello sarebbe strettamente connesso alla coscienza, ma non necessariamente sufficiente a spiegarla.
Quale che sia la posizione che si ritiene più convincente, l’intelligenza artificiale sta introducendo un elemento nuovo nella discussione.
Per la prima volta disponiamo di sistemi complessi che elaborano informazioni, apprendono, dialogano e producono contenuti in forme sempre più sofisticate. Studiare questi sistemi potrebbe aiutarci a comprendere meglio i meccanismi dell’intelligenza e della rappresentazione della conoscenza. Potrebbe perfino offrirci nuovi strumenti per interpretare il funzionamento del cervello.
Resta però una distinzione fondamentale.
Comprendere una rappresentazione non significa necessariamente comprendere un’esperienza.
Possiamo immaginare di costruire mappe sempre più accurate degli stati mentali, delle emozioni e delle attività cerebrali. Possiamo persino immaginare una futura “cartografia della mente”, capace di collegare specifiche configurazioni neurali a particolari contenuti dell’esperienza.
La domanda che rimane aperta è se quella cartografia coincida davvero con la coscienza oppure ne rappresenti soltanto la descrizione esterna.
È una questione che riguarda la filosofia, certamente, ma che sempre più spesso entra anche nel territorio della scienza e della tecnologia. E forse uno dei contributi più importanti dell’intelligenza artificiale non sarà soltanto quello di ampliare le nostre capacità di calcolo o di produzione della conoscenza, ma di costringerci a formulare con maggiore precisione una domanda antica quanto l’uomo: che cosa significa, davvero, essere coscienti?
È proprio questo il paradosso del nostro tempo. Pensavamo di costruire macchine sempre più intelligenti e ci stiamo accorgendo di quanto poco comprendiamo l’intelligenza umana. Pensavamo di studiare algoritmi e ci ritroviamo a discutere di coscienza, esperienza soggettiva e natura della realtà. Non è detto che l’intelligenza artificiale ci conduca alla soluzione del problema. Potrebbe però costringerci a formulare meglio la domanda. E nella storia delle idee, spesso è da lì che cominciano le scoperte più importanti.







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