Non è un’emergenza. È un fallimento annunciato. A Reggio le agende per la carta d’identità sono sature fino a data da destinarsi. Eppure la scadenza del 3 agosto 2026 – fine delle carte cartacee – era nota da tempo. Il problema non è l’afflusso, ma la mancata previsione: nessun adeguamento rapido, nessuna risposta proporzionata a un picco inevitabile. Il Comune dice di investire 68 milioni di euro per risanare la città ma ha dimenticato di aprire nuovi sportelli per l’anagrafe. Migliaia di cittadini non riescono ad aggiornare il documento di identità. Incompetenza allo stato puro.
È il riflesso di un limite strutturale della pubblica amministrazione: l’incapacità di governare il cambiamento, soprattutto quello tecnologico. La carta d’identità elettronica doveva semplificare. In parte lo fa, nella fase finale. Ma l’accesso al servizio è diventato più rigido: prenotazioni obbligatorie, slot limitati, sistemi saturi. Il digitale non ha snellito la burocrazia, l’ha irrigidita.
Il punto è noto: in Italia si informatizzano procedure inefficienti invece di ripensarle. Si aggiunge tecnologia senza riformare l’organizzazione. Il risultato è un sistema più complesso, non più efficiente.
Reggio è il caso limite. Bologna e Modena reggono meglio, ma sono comunque sotto pressione. Cambia l’intensità, non il problema.
La burocrazia resta uno dei mali strutturali del Paese: lenta, rigida, poco adattiva. E il digitale, invece di correggerla, spesso la amplifica. Il risultato è sotto gli occhi: servizi che rallentano, cittadini che aspettano. E un’innovazione che, invece di semplificare, complica.






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