Cuochi della realtà

Edipo

Tebe era infestata dalla peste e solo chi avesse svelato l’enigma della sfinge avrebbe guarito la popolazione da questo morbo.
A risolvere quest’enigma ci pensò Edipo che spinse poi la sfinge giù dalla rupe, svelando l’interrogativo: qual è quell’animale che da piccolo cammina a quattro zampe, da adulto due, da vecchio tre?
La ricerca di un vaccino per risolvere il Covid è una risoluzione edipica, una ricerca di dominio che si erge sopra la natura.
Il messaggio lanciato da questo virus, e da qualsiasi virus è che siamo mortali. Nonostante questo continuiamo a vivere ogni giorno come fossimo eterni, come se il domani fosse una promessa eterna.

Lo spostare la realizzazione di se stessi in un domani a venire è la ricerca, l’aspettativa di un paradiso promesso, siamo intrisi di cultura cattolica. Il paradiso e l’inferno si svolgono nel vivere e nei gesti del quotidiano, non sono altrove.

La disputa fra mascherina si – mascherina no è un atteggiamento edipico, un affermare con la ragione il proprio punto di vista, come se ciò che si pensa possa agire magicamente sulla realtà.
La fine di Edipo è a tutti nota: uccise il padre per errore senza sapere che fosse lui, poi diventato sovrano di Tebe andò a letto con sua madre; scoperta la verità si accecò con le forcine di sua madre.

In tutta la tragedia c’è un personaggio che sa ciò che sarebbe accaduto, Tiresia. Tiresia però è cieco, non può vedere. Edipo si acceca perché ha visto troppo e non riesce a sostenere ciò che ha visto.
L’insegnamento al buio di Tiresia qual è? L’insegnamento più in generale della tragedia, che è una metafora dell’esistenza, qual è?

Quando siamo posseduti da un archetipo, inconsapevolmente esso agisce e noi diventiamo parte della sua manifestazione. Archetipo è un termine greco, che significa prima immagine: un’immagine che racchiude l’accaduto.
È giunto per tutta l’umanità un momento in cui assecondare ciò che sta avvenendo, non con l’arroganza della ragione, ma con la saggezza di chi sa stare al buio e custodirlo ed attende le prime luci dell’alba.
Lo stesso atteggiamento lo descrisse Gesù: “Hai nascosto queste cose ai sapienti e ai dotti e le hai rilevate ai piccoli”.
L’invito non è assolutamente quello di essere passivi, bensì attivare l’ascolto interiore.

In fondo questo essere distanziati è un invito a volgere lo sguardo verso l’interno. Il dare senso a tutti i nostri gesti meccanici, di circostanza.
Nel momento in cui riusciamo a permanere nel presente, ciò che accade non potrà che essere un insegnamento di vita, infatti gli insegnamenti si susseguono continuamente di attimo in attimo, siamo noi che non siamo capaci di coglierli.

È ciò che in modo semplice descrive Meister Eckhart nei Sermoni Tedeschi: “Perciò preghiamo Dio di diventare liberi da Dio, e di concepire e godere eternamente la verità là dove l’angelo più alto e la mosca e l’anima sono uguali”.
Il fatto di accettare ciò che c’è, sia che siamo un angelo che una mosca, significa vedere l’infinito e l’insegnamento in tutto ciò che accade.


Spesso ci lamentiamo delle sfortune che ci accadono e non sappiamo cogliere l’essenzialità dell’esperienza perché siamo sempre in attesa di un paradiso o inferno a venire.

Con i nostri pensieri sulla realtà produciamo l’inferno o il paradiso che stiamo vivendo. Non è importante ciò che accade, ma ciò che facciamo di ciò che accade.
Non è un esercizio facile se rapportato a grandi catastrofi o grandi disgrazie, ma possiamo iniziare ad applicarlo nei piccoli accadimenti di ciò che ci accade.

Ciò che accade è neutro, siamo noi che ci possiamo mettere il sale o lo zucchero e decidere le quantità. Siamo noi che cuciniamo la realtà che desideriamo mangiare.




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