A Reggio Emilia si allarga a macchia d’olio il dibattito sul caso di Manolo Portanova, dopo che giovedì scorso la Corte d’appello di Firenze ha confermato la condanna a sei anni di reclusione già inflitta in primo grado al calciatore della Reggiana, accusato di violenza sessuale di gruppo e lesioni ai danni di una ragazza che all’epoca dei fatti contestati aveva 21 anni.
“Il reato per cui il calciatore è stato condannato è gravissimo”, sottolinea la Conferenza delle donne democratiche di Reggio Emilia, “e i particolari emersi nel corso del dibattimento sono raccapriccianti, così come il consueto tentativo di smontare le tesi dell’accusa, delegittimando la ragazza che ha denunciato quanto accaduto”.
“La violenza maschile contro le donne è un fenomeno strutturale che quotidianamente miete vittime e sofferenze. Crediamo che tutti debbano contribuire a prevenirla e contrastarla e che anche il mondo dello sport debba fare la propria parte, senza ambiguità di pensiero o giustificazioni di sorta, per costruire una società fondata sul rispetto e dare modelli positivi alle giovani generazioni. Una società calcistica infatti non è soltanto un soggetto economico o agonistico: è un presidio educativo, un riferimento simbolico per una comunità ampia e plurale, in cui giovani e giovanissimi costruiscono immaginari, modelli, aspirazioni”.
Per questo, secondo la Conferenza delle donne democratiche reggiane, “scegliere di rimuovere o minimizzare il peso di questa responsabilità significa sottrarsi a un dovere pubblico. Dire semplicemente che il giocatore rimane a disposizione non è francamente accettabile. Crediamo che la società Reggiana Calcio abbia tutti gli elementi necessari per valutare senza tentennamenti i provvedimenti più opportuni. In questo senso, sarebbero potute intervenire anche la Federazione o la Lega Calcio, ma, con disappunto, occorre prendere atto di un silenzio che fa male al calcio e ai ragazzi che dai calciatori prendono esempio”.
“Forse, se avessimo avuto la legge sul consenso, su cui ci stiamo battendo in parlamento, la storia sarebbe stata diversa. Non è infatti accettabile in questo, come in tanti altri casi, che prevalga una narrazione che, di fatto, oscura la voce della vittima e riproduce dinamiche note di isolamento, delegittimazione, sospetto. Non ci stiamo a una rimozione sociale che rischia di schiacciare nuovamente chi ha già attraversato la violenza e il peso di un processo. Non ci stiamo a una cultura che, anche indirettamente, continua a chiedere alle donne di dimostrare, giustificare, resistere all’incredulità”.
“E sia chiaro: con le nostre parole non vogliamo sostituirci al percorso di accertamento giudiziale definitivo, ma vogliamo continuare a dare voce a tutte quelle donne insultate, emarginate, non credute, screditate”, precisa la Conferenza delle donne democratiche di Reggio: “Diamo voce a tutte le donne che, guardando a questa vicenda, cercano un segnale chiaro da parte delle istituzioni e dei luoghi di rappresentanza sociale. Chiediamo alla società sportiva un’assunzione piena di responsabilità, che non si limiti alla dimensione formale, ma riconosca il proprio ruolo educativo e sociale. Perché il rispetto dei diritti – di tutti, ma anche e soprattutto delle vittime – non è una variabile accessoria, ma è il fondamento della convivenza civile e di una società giusta”.
“Sappiamo che esiste un ‘tema di campo’, fatto di vittorie e di sconfitte, ma prima di tutto riteniamo debbano esistere dignità e rispetto per le donne e le persone tutte. Dignità e rispetto che rappresentano non solo una squadra, ma la città e la comunità di Reggio Emilia”.






Non ci sono commenti
Partecipa anche tu