Comunista ucciso dai comunisti (6)

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Ci sono eventi che hanno scandito le nostre vite ed attraverso i quali siamo cresciuti. E ci sono immagini, dall’avvento delle prime televisioni in bianco e nero in poi, che fissano nei nostri ricordi – nelle nostre menti così come nei nostri cuori – ognuno di quei singoli istanti. Immagini attraverso le quali scorrono i decenni e, con loro, il nostro divenire da bambino a ragazzo, da adulto ad anziano.

Molte di queste immagini – curiosamente – hanno come protagoniste, insieme a grandissimi uomini e grandissime donne, automobili più o meno potenti, più o meno lussuose.
Una Lincoln Continental modello SS100X sul cui cofano posteriore una bellissima donna, in un elegante tailleur, si arrampica sconvolta dopo che un proiettile ha fatto esplodere la testa del marito, al cui fianco era seduta fino a secondo prima (1963).

Una Renault rossa con il baule aperto in via Caetani a Roma (1978).

Una A112 crivellata di colpi di kalashnikov in una stradina di Palermo nel 1982, nello stesso anno in cui una Ferrari – come in una danza macabra – piroetta sull’asfalto di Zolder, scaraventando fuori dall’abitacolo quello che pare un fantoccio, fino a farlo appallottolare contro una recinzione.
Una Croma bianca inghiottita dalla terra su quello che un attimo prima era un tratto dell’autostrada A29 a Capaci (1992).

Una Williams Renault che non curva – cazzomaperchénonsterza! – e si disintegra contro un muretto a Imola (1994).
Una Mercedes S 280 accartocciata sotto il tunnel de l’Alma a Parigi, inquadrata da lontano e circondata dai nastri della polizia (1997).
Sono tutte istantanee di giorni tragici, come quelle più sconvolgenti forse di sempre, quelle di un Boeing 767 dell’United Airlines che affonda come una lama nel burro dentro la Torre Sud del World Trade Center di New York (2001).

Poi ci sono altre immagini che, invece, ci hanno fatto sorridere e ci hanno ridato speranza: speranza in un genere umano capace non solo di orrori ed errori, speranza di un mondo migliore. E, altrettanto curiosamente, sono tutte immagine legate ad eventi di cui, quest’anno, ricorrono importanti decennali: 50 anni fa il piedone di Neil Armstrong che lascia l’impronta sulla luna, 30 anni fa le picconate a un muro che crolla (quello stesso muro alla cui ombra morì Benito Corghi), 10 anni fa il primo nero che prende possesso della Sala ovale nella Casa bianca.

E ci sono, infine, video ricordi che ci fanno magari piangere, ma non di dolore: di quella felice commozione che ti rende il cuore leggero come quando, da bambino, inizi a pedalare senza le rotelline alla bici o trovi nella bustina la figurina che ti mancava. Non solo fotogrammi che riguardano il privato di ognuno di noi – il primo bacio alla donna o all’uomo che ami, la prima volta che prendi in braccio tuo figlio, l’ultima carezza a un genitore che si spegne – ma intere generazioni. E, spesso, sono immagini sportive, come l’urlo di Tardelli ai Mundial in Spagna del 1982 o la lingua che scivola sulle labbra di Fabio Grosso prima del rigore decisivo a Berlino 2006.
Altrettanto spesso, quando ci capita di ricordare quei momenti che, nel bene e male, hanno legato intere generazioni, ci viene naturale chiedere “E tu dov’eri quel giorno? Con chi eri?”.
“E tu dov’eri, quando Sparwasser segnò?” è la domanda che, dalla notte del 9 novembre 1989 in cui il Muro di Berlino crollò, i fratelli riappacificati di una Germania finalmente non più divisa si fanno l’un l’altro.

Jürgen Sparwasser – un sassone di Halberstadt oggi 71enne, figlio di un operaio e di una casalinga – quel gol che ha fatto la storia lo segna alle 21.02 di sabato 22 giugno 1974, quando il camionista rubierese Benito Corghi aveva ancora 775 giorni da vivere prima di essere freddato dai vopos al confine tra le due Germanie.

E forse anche lui, quella sera, era davanti alla tv ad assistere allo scontro tra la Bundes Republik Deutschland e la Deutsche Demokratische Republik che il fato aveva inserito nello stesso girone – il Gruppo 1 – della fase finale dei Mondiali di calcio 1974, che si disputavano proprio in Germania Ovest.

Si gioca al Volksparkstadion (lo stadio Parco del popolo) di Amburgo, davanti a 60mila spettatori: quelli dell’Est sono appena ottomila, arrivati in treno con un visto turistico che dura giusto il tempo della partita. E’ la prima volta che le due Nazionali maggiori si incontrano – alle Olimpiadi l’Ovest schiera la giovanile – e sarà anche l’ultima. E’ anche l’ultima partita del Gruppo 1, che deve decidere chi passerà per primo e per secondo. Il clima è teso, per l’importanza di una sfida che non è solo tra due Nazionali – ma tra due blocchi e tra due ideologie – ma soprattutto perché il gruppo terrorista Baader-Meinhof ha minacciato di imbottire di tritolo il Volksparkstadion e di farlo saltare in aria.

Sparwasser e suoi compagni di squadra hanno anche paura di essere sommersi da una valanga di gol, eventualità che il governo “democratico” non avrebbe certamente accolto con favore. Nell’altra metà del campo, l’Ovest schiera, infatti, fior di talenti, tanto che da lì a un paio di settimane sarebbero diventati campioni del mondo: il leggendario coach Helmut Schön può contare sul gigante Josef Dieter ‘Sepp’ Maier tra i pali, su rocciosi difensori come Hans-Hubert ‘Berti’ Vogts e Paul Breitner (sì, proprio quello che, con l’età trasformatosi in centrocampista, segnerà a Dino Zoff l’inutile gol tedesco nel trionfo azzurro in Spagna 82), su sua maestà ‘Kaiser’ Franz Beckenbauer e, là davanti, su quel diavolo di Gerhard ‘Gerd’ Müller e su gente del calibro di Jürgen Grabowski, Ulrich ‘Uli’ Hoeneß e Wolfgang Overath.

In teoria, non c’è storia e non dev’esserci partita. In teoria… In realtà sì, non appena l’arbitro uruguagio Ramon Barreto Ruiz fischia l’inizio i ‘bianchi’ dell’Ovest si gettano all’attacco e, poco prima dell’intervallo, centrano anche un palo con Gerd Muller. Ma i minuti passano, finisce il primo tempo, vola via metà della ripresa e gli occidentali proprio non riescono a scardinare la compatta difesa dell’Est, una squadra ‘operaia’ che più operaia non si può. Finché, in una partita che pare ormai destinata ad avviarsi verso il più classico pareggio a reti bianche in grado di accontentare tutti, non si arriva al minuto 77.

Günter Netzer, che l’anno prima è stato il primo calciatore tedesco a vestire la camiseta blanca del Real Madrid, ha rimpiazzato da una manciata di minuti Overath. Helmut Schön ha sostituito anche Schwarzenbeck con Höttges, ma il cambio giusto è quello del commissario tecnico dell’Est, Georg Buschner, che al 66esimo manda in campo Erich Hamann per Irmscher. E’ proprio Hamann a ricevere, direttamente dalle mani del portiere della DDR Jürgen Croy, la palla sulla destra: davanti si trova una prateria, ché il pressing asfissiante di oggi è molto di là da venire. Lui è pure fresco e così avanza indisturbato per una trentina di metri, supera la metà campo, arriva sulla tre-quarti e fa partire quella che Piccinini definirebbe una sciabolata morbida verso il centro del limite dell’area di rigore occidentale. La palla rimbalza giusto nella mezzaluna, in mezzo a tre tedeschi. E in mezzo a quei tre tedeschi si infila, a una velocità doppia, Sparwasser, scattato come un centometrista dalla metà campo.

Quello che accade dal momento in cui il pallone rimbalza al limite dell’area, è stato raccontato addirittura da un Premio Nobel della letteratura, Günter Grass, nel suo Mein Jahrhundert (“Il mio secolo”), opera nella quale, attraverso 100 brevi racconti, traccia anno per anno un panorama culturale della storia tedesca e del mondo del XX secolo: «Sparwasser accalappiò il pallone con la sua testa – scrive Grass – se lo portò sui suoi piedi, corse di fronte al tenace Vogts e, lasciandosi persino Höttges dietro, lo piantò alle spalle di Maier in rete».

Da quel momento la storia si fa leggenda. Con inevitabili fake-news, come quella su di un’auto, una casa ed un conto in banca dati in premio a Sparwasser. “In realtà, come tutti gli altri giocatori della Nazionale, ricevetti i 2.500 marchi pattuiti per il passaggio del turno”, dirà nel 2006 lo stesso giocatore ad Emanuela Audisio, la Brera in gonnella, smentendo un’altra bufala. “E’ vero che alla fine di quella partita nessuno volle la sua maglia?”, domanda la giornalista. «Diavolo, puzzava in maniera terrificante. Ma le cose sono andate diversamente, lasciai il campo per ultimo, perché i giornalisti mi trattennero. Nel tunnel che conduceva agli spogliatoi mi aspettavano Paul Breitner e Wolfgang Overath. Scambiai la maglietta con il primo. Quando ci fu nel 2002 la grande alluvione in Germania, Breitner decise di metterla all’asta, il ricavato andava alle vittime della catastrofe. Mio nipote vide la trasmissione e mi convinse a donare la maglietta. La persona che ha acquistato la maglia mia e di Breitner ha pagato 35.000 euro e l’ha poi donata alla Casa della Storia di Bonn».

E non deve stupire che sia finita proprio a Breitner (sì, sempre quello dell’inutile gol a Zoff, ma anche del rigore dell’1-1 nella finale contro la Grande Olanda di Cruijff che, in quel 1974, grazie poi al gol del solito Gerd Müller regalerà il titolo ai tedeschi). Lui, lì all’Ovest, era una ‘mosca rossa’: si faceva ritrarre sotto le foto del Che e di Mao, si dichiarava amante del Libretto Rosso e dei testi di Marx, portava barbone e pettinature militanti tanto da essere chiamato dai compagni di quadra “Der Afro”. E giocava, ovviamente, da terzino sinistro.

Poco importa che alla fine il maoista Bretner sia finito a giocare, lautamente retribuito, nel Real Madrid del caudillo Franco. Poco importa che nel 1988 l’eroe comunista Sparwasser, complice una partita tra vecchie glorie, sia scappato all’Ovest con la famiglia. Poco importa se a quei Mondiali del 1974, proprio in virtù della storica vittoria nel derby e del conseguente primo posto nel Gruppo 1, la Germania dell’Est sia poi finita in un girone di ferro con Olanda, Brasile e Argentina, venendo inevitabilmente eliminata.

Per la leggenda, c’è posto solo per quel gol segnato alla storia. C’è posto solo per Jürgen Sparwasser (a cui, nel 2015, è stato persino intitolato al quartiere Pigneto di Roma un circolo Arci fortemente impegnato nell’inclusione, nel mutualismo e nella solidarietà sociale) e per quel primo posto della Germania dell’Est nel Gruppo 1 dei Mondiali 74, davanti a Germania dell’Ovest, Cile e Australia.

Già, il Cile. Ma questa è un’altra storia…

(6, continua)

La prima puntata Benito, il comunista ucciso dai comunisti

La seconda puntata Benito, il comunista ucciso dai comunisti

La terza puntata Benito, il comunista ucciso dai comunisti

La quarta puntata Benito, il comunista ucciso dai comunisti

La quinta puntata  Benito, il comunista ucciso dai comunisti




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