Benito, il comunista ucciso dai comunisti

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Il cielo non era ancora azzurro sopra Berlino quella notte. E non lo era nemmeno 300 chilometri più a sud, a Hirscherg, una piccola città della Turingia. Lo sarebbe diventato di lì a poco, perché sono ormai le 4 di notte e sta per albeggiare. Ma Benito Corghi, quel cielo sopra a Hirscherg, non lo avrebbe mai visto tingersi di azzurro.
Tre le ultime parole che sente pronunciare: «Stehenbleiben, Grenzposten, Händehoch!» (“Fermati, guardie di frontiera, mani in alto!”). E tre le stelle che, dopo essere crollato a terra colpito alla schiena da due proiettili, Benito cerca forse nel cielo con lo sguardo che piano piano si spegne. Tre come la moglie Silvana Bertarelli e i figli Lorella e Alessandro, due ragazzi di 18 e 16 anni, che stanno dormendo nella loro casa a Rubiera.

E’ il 5 agosto 1976, un giovedì. Nemmeno mezzo secolo fa, eppure tutto un altro mondo rispetto a quello di chi, oggi, è abituato a viaggiare in lungo e in largo per l’Europa con i voli low cost e conosce una sola Germania ed una solo Berlino. Nel 1976 Hirscherg non è semplicemente un grazioso paesino di poco più di duemila anime che ospita la più grande fabbrica di cuoio tedesca, la VEB di Heinrich Maximilian Knoch, in grado di produrre circa 30 diversi tipi di pelle e oltre 2 milioni di metri quadrati di tomaie all’anno. Hirscherg è, soprattutto, uno dei pochissimi valichi di frontiera stradali lungo i 1.393 chilometri del confine che dal 1949 divide le due Germanie post belliche, dal Baltico fino al confine con la Cecoslovacchia (che allora era invece una sola): all’Ovest la Repubblica Federale Tedesca (Bundes Republik Deutschland, BRD), con un governo scaturito da libere elezioni; all’Est la Repubblica Democratica Tedesca (Deutsche Demokratische Republik, DDR), governata dal Partito comunista. Due Germanie e due mondi, separati da quella cortina di ferro (Winston Churchill dixit) che, dalla fine della seconda guerra mondiale alla fine della guerra fredda, separerà l’Europa occidentale, sotto l’influenza degli Stati Uniti, dall’Europa orientale, sotto il controllo politico (e a volte anche militare) dell’Unione Sovietica.

Due mondi separati e contrapposti anche dall’autostrada che da Hirscherg nell’orientale Turingia – la patria dei gartenzwerge, i nanetti da giardino – porta a Rudolphstein, un distretto di Berg, nell’occidentale Baviera. A quel posto di frontiera Benito Corghi arriva verso le 3.30 di notte tedesche, le 4.30 italiane. Da 17 anni fa il camionista e dal lunedì al sabato macina migliaia di chilometri in giro per l’Europa. Lo ha fatto spesso anche in Germania dell’Est, una volta portando con sé pure il figlio Alessandro e avvertendolo ripetutamente, prima di partire, di “stare attento quando arriveremo al confine, di non scendere dal camion e non parlare”. Benito lavora per la ARA, una cooperativa rubierese, ed ha appena caricato qualche quintale di carne di maiale nel macello di Cottbus, nei pressi di Berlino Est, da portare in Italia. Nel nostro Paese sono gli anni del boom della fettina, la carne non è più cibo per ricchi, e le cooperative emiliane – grazie ad accordi commerciali spesso frutto dell’appoggio del Pci – fanno ottimi affari rifornendosi nella Germania dell’Est o in Ungheria.

E’ lì, su quei 700 metri di asfalto che separano i due confini, che Benito Corghi muore freddato alla schiena da un Vopos, un giovane agente della Volkspolizei, la Polizia popolare fondata subito dopo la fine del secondo conflitto mondiale che, di fatto, rappresentava una sorta di secondo esercito, pur svolgendo fondamentalmente compiti di polizia civile. Tra questi, il controllo delle linee di confine, dove dal 1960 vigeva la regola dello Schießbefehl (ordine di far fuoco) per impedire ogni tentativo di fuga.

Dal novembre 1989, con la caduta del Muro di Berlino e l’avvio del processo di unificazione tra le due Germanie, quel confine non esiste più, ma ancora oggi non è dato sapere con precisione quante persone abbiamo perso la vita nel tentativo di attraversarlo per cercare libertà e democrazia all’Ovest.

Stime non ufficiali del 2009 parlano di 1.100 persone a fronte di conteggi ufficiali che variano da 270 a 421 morti, compresi 25 Vopos uccisi da colpi provenienti da Occidente o dalla resistenza dei fuggiaschi (o accidentalmente dai loro stessi colleghi), “vittime di assalti armati e provocazioni imperialiste contro il confine di stato della DDR” come li definiva il governo della Germania Est.

Certo è che Benito Corghi fu l’unico italiano a perdere la vita lungo quel confine e l’unico ad essere ucciso mentre dall’Ovest stava dirigendosi verso l’Est.
Errore più tragico, la Germania comunista, non poteva commetterlo. Perché Benito – nomen non omen – avrebbe potuto dare lezioni di comunismo pure a Brežnev, il padre padrone dell’Urss: veniva da una famiglia partigiana, a Rubiera abitava in viale della Resistenza, era iscritto da anni al Pci così come la moglie Silvana, il figlio Alessandro era attivista della Fgci, la Federazione giovanile comunista, la cognata segretaria di sezione.
No, decisamente errore più tragico non poteva esserci, a maggior ragione in quell’agosto del 1976. Perché nemmeno una settimana prima dell’omicidio di Benito Corghi, a Montréal, in Canada, si sono chiusi i XXI Giochi olimpici. O meglio les Jeux de la XXIe Olympiade, perché qui siamo in Quebec – nella parte francese del Canada – e Montréal è la terza città francofona del mondo dopo Parigi e Kinshasa.

Ma questa è un’altra storia…

(1 – continua)