“È stato un periodo abbastanza lungo, quasi due anni, non è facile riassumere in poche parole quello che è ho provato. Essere un difensore dei diritti umani in Egitto non è facile, è una situazione terribile per tutti coloro che lottano”: parola di Patrick Zaki, lo studente egiziano dell’Università di Bologna scarcerato lo scorso 8 dicembre dopo 22 mesi di detenzione ininterrotta nel suo paese d’origine, che è intervenuto in videocollegamento dall’Egitto a un evento in diretta streaming organizzato da Amnesty International Italia.
“Quando sono tornato in Egitto da Bologna non potevo prevedere cosa sarebbe successo, ma non appena sono stato fermato in aeroporto ho capito cosa stava per succedere. Anche se non pensavo che si sarebbe protratto così a lungo, per due anni”, ha ricordato Zaki, che era stato arrestato il 7 febbraio del 2020 al suo arrivo all’aeroporto del Cairo, e da quel momento la sua custodia cautelare era stata rinnovata senza soluzione di continuità per quasi due anni, fino appunto allo scorso dicembre.
Il giovane ricercatore, attivista per i diritti umani e di genere, è accusato di “diffusione di notizie false dentro e fuori il paese” per un articolo giornalistico del 2019 relativo alla situazione della minoranza cristiana copta in Egitto, descritta da Zaki come perseguitata dall’Isis e discriminata da frange della società musulmana. Qualora dovesse essere condannato per questa accusa, rischia una pena fino a cinque anni di detenzione.
Nell’udienza dello scorso primo febbraio il giudice del tribunale egiziano di Mansura ha aggiornato il processo al prossimo 6 aprile. Secondo alcune fonti egiziane il nome di Patrick Zaki è stato inserito in una black-list che gli impedirà di lasciare il paese nordafricano e tornare in Italia prima della fine del processo a suo carico.






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