Con la giornata del 7 ottobre sono diventati venti i mesi consecutivi che Patrick George Zaki ha trascorso in carcere in Egitto. Lo studente egiziano dell’Università di Bologna (dove frequentava il master europeo in studi di genere Gemma), infatti, è detenuto in custodia preventiva da oltre un anno e mezzo, da quando il 7 febbraio del 2020 fu arrestato al suo arrivo all’aeroporto del Cairo.
Il giovane ricercatore è accusato di “diffusione di notizie false dentro e fuori il paese” per un articolo sulla situazione della minoranza cristiana copta nel paese nordafricano: se sarà condannato, rischia una pena fino a un massimo di cinque anni di carcere.
Tra chi sta provando a mantenere accese le luci sul suo caso c’è Riccardo Noury, portavoce di Amnesty International Italia, che ha sottolineato come Zaki sia stato “privato della sua libertà in modo arbitrario, illegale, crudele, confinato in una cella angusta di un carcere sovraffollato e dalle condizioni durissime come quello di Tora al Cairo”.
Lo scorso 28 settembre presso il tribunale di Mansura, al termine della seconda udienza del processo (durata anche in questo caso solo pochissimi minuti), i giudici egiziani hanno aggiornato il procedimento al prossimo 7 dicembre, dopo che la difesa di Zaki aveva chiesto un rinvio per poter studiare gli atti. I legali dell’imputato hanno chiesto al tribunale una copia autenticata del fascicolo riguardante il loro assistito.
Secondo Noury “fa impressione pensare che alla prossima udienza mancano ancora due mesi. Sessanta giorni da passare in attesa che accada qualcosa, con scarsi contatti con il mondo esterno, con la preoccupazione dell’esito di quel processo che lo vede imputato di un’accusa inesistente di diffusione di notizie false, con la prospettiva di una condanna senza appello”.
L’impressione, ha aggiunto Noury, “è che in questo periodo di ballottaggi e altre questioni di politica interna, come accaduto troppo spesso in questi venti mesi, Patrick sia seguito soltanto dagli amici, dai colleghi universitari, dai docenti, dalla società civile ma manchi quell’attenzione importante che la politica dovrebbe dare a quello che il Parlamento due volte ha considerato un cittadino italiano”.
“Di nuovo rivolgiamo una domanda al governo italiano: come intenderà impiegare questi 60 giorni che mancano all’udienza? Noi sappiamo come impiegarli: parlando di Patrick ogni giorno, sollecitando i mezzi di informazione a farlo, organizzando iniziative, facendogli sentire che gli siamo vicini. Ma manca sempre qualcosa per arrivare un po’ più vicini a quell’obiettivo che è su palazzi, terrazzi, piazze di tante città. Quell’obiettivo che si chiama “Free Patrick Zaki”.






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