Nel giro di tre giorni, cioè da quando il Washington Post e altre 15 testate internazionali hanno rivelato sulle loro pagine il risultato di una indagine congiunta, la lista delle personalità politiche controllate dal software israeliano Pegasus è diventata lunghissima. Dalla Francia all’Italia, passando dal Sudafrica e dal Pakistan fino al Messico, emerge un elenco di 50mila numeri di telefono attraverso il quale gli analisti e i giornalisti titolari dell’inchiesta sono potuti risalire all’identità di circa 180 reporter; e con il passare dei giorni si stanno aggiungendo nuovi nomi appartenenti anche ad attivisti, difensori per i diritti umani ma, soprattutto, appunto, capi di Stato e di governo.
Macron, Prodi, il presidente del Sudafrica Cyril Ramaphosa, quello del Messico Obrador e iracheno Baram Salih, i primi ministri di Pakistan, Egitto e Marocco e persino del re del Marocco, Muhammad IV: un lungo elenco che getta allarme a livello mondiale e riapre in modo dirompente la questione della cybersicurezza. Perlomeno, mette sul tavolo il problema dell’utilizzo che viene fatto di questi software, nati per combattere il terrorismo e proteggere gli stati dai cyber attacchi. Ed è su questo che oggi insiste il governo israeliano. Pegasus è stato sviluppato dalla società israeliana Nso Group. Nel corso di un convegno sul tema a Tel Aviv, il primo ministro Bennet ha dichiarato che gli attacchi cyber “rappresentano una delle minacce maggiori per la sicurezza nazionale e per il mondo intero”.
Tra le personalità spiate, dicevamo, ci sarebbe anche Romano Prodi, come riporta il Washington Post. Il nome dell’ex premier italiano rientra nel gruppo degli oltre 10mila contatti che sarebbero stati usati per lo più dall’intelligence del Marocco contro avversari e contro la rivale Algeria. Tra essi anche l’attuale presidente del Consiglio europeo, Charles Michel, Macron, il re del Marocco e persone dello staff del direttore generale dell’Organizzazione mondiale della sanità, Tedros Adhanom Ghebreyesus.






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