«Houston, abbiamo un problema…». E forse più di uno. È il cattivo pensiero che si affaccia alla mente del lettore dopo aver chiuso l’ultima pagina del bel libro di Washington “Lot”, che si chiude, forse, con un filo di speranza.
Il fato che accompagna i diversi personaggi che popolano i racconti che animano “Lot” è grondante di disperata rabbia e rassegnazione. I negri sono negri, i blancos sono blancos, le puttane sono puttane e i froci sono froci. Washington non usa certo il politicamente corretto per descrivere i suoi personaggi e l’ambiente in cui vivono: quartieri di Houston come Halief o che frequenatno zone intorno a Montrose o Navigation boulevard o Peggy Park.
«Peggio di un padre tossico c’è solo un figlio frocio», così esordisce Nic nel racconto che dà il titolo alla raccolta di storie intimamente unite l’una alle altre. Nic è uno dei personaggi che si incontra più volte nel corso della lettura, è l’anima di Lot. Ma tutti sono figli di immigrati, per le più disparate ragioni, dal centroamerica, latinos, e sono più o meno scuri come i neri che popolano questi racconti alla carta vetrata.
Nic constata, dopo una tragedia che si è abbattuta sulla famiglia: «A un certo punto ai negri tocca prendersi quello che passa in convento». No future.
Sarà, poi, l’abbondanza di alcool, droghe o chissà cosa che nel surreale Bayou, compare il chupacabra, un animale leggendario che si mostrerebbe specialmente tra le comunità latinoamericane di più recente immigrazione negli USA. Invece in Waugh si precipita nella tragica realtà. Rod, un magnaccia (di maschi) ma di animo buono, si trova positivo all’HIV. E viene da confrontare il nostro sistema sanitario a quello fatto di assicurazioni americano.
Il tutto raccontato con una scrittura sincopata, essenziale capace di trascinare il lettore nei gorghi maleodoranti delle acque del Buffalo Bayou.
Bryan Washington, Lot, Racconti Edizioni, Roma 2020, pp. 226, 18 euro (recensione di Glauco Bertani).
Colonna sonora:
FUNKADELIC, One Nation Under A Groove







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