Mettere in luce

occhio spaziale – IVR

Il pianeta Terra è diventato un iperocchio immenso, pieno di umarell che vivono guardando il mondo attraverso un obiettivo, facendo tutto il giorno click e click e click. A costoro, che poi siamo noi tutti, non sfugge lo sbadiglio di un cane, lo stiramento di un gatto, lo sbocciare di un fiore. A volte fortunatamente l’occhio è lì pronto a documentare crimini in atto e buche stradali, dunque fa cosa utile, a complemento delle telecamere che avvolgono le nostre città.

Erba nel cemento
Questo però non è fotografare, perché gli scatti a getto continuo col telefonino non comportano né riflessione né senso estetico. Solo prontezza e irrefrenabile bisogno di cogliere l’attimo, mettersi in tasca l’effimero e salvarlo nel cloud. Il fenomeno però sta diventando spaventoso: cinque miliardi e mezzo di click al giorno hanno trasformato il pianeta in un guardone collettivo, assatanato, compulsivo, mai sazio di rispecchiarsi e di guardare. Un grande fratello che controlla, registra e subito condivide. Che vive la vita propria e altrui come un reportage. Non è un problema di privacy, ma di salvaguardia dell’ambiente. Il trasferimento e l’archiviazione di miliardi di file nei data center e il raffreddamento dei server consuma infatti enormi quantità di energia elettrica e aumenta a dismisura l’emissione di anidride carbonica. Troppi click fanno sciogliere i ghiacciai.

Fotografi a Firenze
In questo scenario epidemico e virale si è concluso il primo ventennio reggiano di Fotografia Europea, che ha mostrato al pubblico, un anno dopo l’altro, in e off, il mondo visto dai grandi fotografi. Professionisti dello sguardo, della luce, del saper vedere. Certo, tutt’altra cosa dagli umarell. Il Comune e Palazzo Magnani, non contenti di cambiare l’argomento annuale delle mostre, hanno lanciato una call internazionale per scegliere la direzione artistica del prossimo triennio.

La richiesta è molto ambiziosa: la direzione della manifestazione dovrà costruire una piattaforma che lavori in continuazione sul tema della fotografia, e faccia della nostra città un laboratorio aperto sulle problematiche, le tecnologie e il linguaggio di questa disciplina. Non solo: il bando prevede anche residenze e committenze.
 L’intenzione è bella, persino commovente, ma è giusto che la città dica la sua e si ponga delle domande a proposito della propria immagine. A chi sarebbe rivolto questo laboratorio permanente? Ai fotografi, oppure ai fruitori delle mostre? In che cosa dovrebbe differire dai vari Dams che già offrono approfondimenti tecnici, estetici e storici a livello accademico?

E la committenza, quale oggetto o quale tema dovrebbe avere? Come all’epoca di Zavattini, che chiamò Strand a fotografare Luzzara, l’oggetto dovrebbe essere la nostra stessa città, che ha un gran bisogno di essere guardata e narrata, per non correre il rischio di scomparire. Il momento è certamente particolare e drammatico, ma le vetrine vuote e abbandonate del centro storico sono già state oggetto di un originale lavoro di catalogazione da parte del fotografo Gianni Marconi, e della sua mostra “Gli sfitti”. Sarebbe opportuno scegliere qualcosa di cui andiamo fieri.

La mostra "Gli Sfitti"
Nelle more del concorso, e in attesa di sorprese da fuori, speriamo belle, perché il mondo è vario e interessante, sarebbe molto gradito un atto di provincialismo intelligente, che metta una volta tanto al centro della scena il lavoro dei fotografi del giacimento reggiano, assai poco indagato.
Ghirri è accreditato come nume tutelare, e quasi titolare, di Fotografia Europea. Giustamente: è un fotografo di paesaggio che ha fatto scuola, con le sue serene e classiche inquadrature, i suoi pastelli equilibrati e silenziosi, che tengono fuori gli schiamazzi del mondo. Ma non è il solo.

Vasco Ascolini fotografa il teatro Kabuki
Proprio quest’anno è venuto a mancare Vasco Ascolini, Cavaliere delle arti e delle lettere della Repubblica Francese, benché cittadino reggiano. Per Vasco fotografare era letteralmente mettere alla luce il mondo, estrarlo dalle profondità del Nulla. Sensazionale il lavoro da lui realizzato per il teatro Municipale in occasione delle rappresentazioni del teatro Kabuki, nel 1981. Ha documentato in bianco e nero l’operazione di truccatura dell’Onnegata (l’uomo-attore che si trasforma in donna), aprendo una finestra su una cultura altra, su un orizzonte di pensiero completamente diverso. Ascolini era predestinato all’incontro col Kabuki: praticava infatti il karatè e conosceva la filosofia zen, che sta alla base della sua visione. Il linguaggio del nostro fotografo si è evoluto anche grazie a committenze importanti, come quella del Ministero della Cultura francese per un deposito di sculture in attesa di restauro. Non è un caso che il suo lavoro abbia attirato l’attenzione di Federico Zeri e dello studioso inglese Gombrich.

Il caso di Ascolini docet: dietro la vista c’è sempre una visione del mondo e la vita di una persona interessante. Ed è questa visione che va indagata, in quanto fertile di insegnamenti. A Reggio Ascolini ha avuto alcuni pochi discepoli, tra cui Luca Gilli, il cui lavoro mostra una diversità e una sintonia sorprendenti. Se Vasco mette alla luce le cose dal buio del Nulla, Luca esplora invece lo spazio potenziale del Blank, che non è il Bianco, ma un’alba vaporante, disabitata, piena di attesa. Riccardo Varini è un altro autore che crea spazi interiori ed essenziali. E non si dimentichi la poesia istintiva, calda e amorosa di Stanislao Farri, o la freschezza di James Bragazzi, uomo dei boschi che conosce i lupi, le sorgenti e le vene dell’Appennino… Solo per citarne alcuni, diversissimi tra loro. Sì, è vero che i fotografi e gli artisti in genere si esprimono con le immagini e non amano fare i critici d’arte e i cantori di sé stessi, ma la loro presenza e la loro vicinanza sono uno stimolo a sapere di più sull’atto creativo.

L'occhio di Dio




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