Musk dà ragione a Gramsci

Antonio Gramsci – NF

Nelle ultime ore Antonio Gramsci è tornato al centro della discussione politica internazionale. A riportarcelo, tra sabato 5 e domenica 6 settembre, non sono stati la sinistra italiana, gli studiosi marxisti o qualche superstite sezione del Pci. Sono stati Elon Musk e Javier Milei, due protagonisti del libertarismo globale, intervenuti su X dopo il lungo post di un intellettuale polacco. La discussione è freschissima e ha già raggiunto milioni di persone.

Krzysztof Szczawiński ha definito Gramsci “l’intellettuale più pericoloso del Novecento”. Non il più famoso e nemmeno il più letto, ma il più influente, perché avrebbe compreso le ragioni del fallimento della rivoluzione comunista in Occidente. Il potere, sosteneva il pensatore sardo, non si regge soltanto sulla forza, sulle leggi o sul controllo dell’economia. Vive del consenso costruito nella scuola, nell’università, nella stampa, nella cultura, nella religione, nel linguaggio. Prima di conquistare lo Stato occorre conquistare la società.

Musk ha rilanciato il post con tre parole: “He was right“, aveva ragione. Milei, più impetuoso, lo ha definito “straordinario”, aggiungendo che Gramsci fu “il cervello dietro il male”. Musk ha poi condiviso anche il commento del presidente argentino. Nel giro di poche ore un comunista italiano morto nel 1937, dopo undici anni di prigionia fascista, è entrato nella conversazione di due tra gli uomini più potenti e seguiti del pianeta.

La coincidenza acquista un sapore particolare vista dall’Emilia. Proprio mentre su X esplode la discussione su Gramsci, al Campovolo di Reggio Emilia è in corso per il terzo anno consecutivo la Festa nazionale dell’Unità. Il Partito democratico celebra la propria storia, mobilita centinaia di volontari, organizza dibattiti e cerca una strada per il futuro. Intanto sono due avversari dichiarati della sinistra a interrogarsi sulla lezione del fondatore dell’Unità. Il nome del giornale campeggia sulla festa; il pensiero del suo fondatore circola altrove.

Musk e Milei non si sono convertiti al comunismo. Leggono Gramsci come si studia un avversario che ha compreso qualcosa di decisivo. Se il potere si forma nella cultura, anche la destra deve produrre idee, linguaggi, intellettuali, media e immaginario. È la “battaglia culturale” proclamata da Milei, la guerra condotta da Musk contro il sistema woke, la strategia seguita da anni da una parte della destra americana ed europea. Vincere le elezioni non basta. Bisogna determinare ciò che una società considera normale, moderno, giusto e persino dicibile.

Il post polacco semplifica Gramsci fino a trasformare l’egemonia in un piano di infiltrazione nelle scuole, nelle università e nei giornali. Gli attribuisce anche la formula della “lunga marcia attraverso le istituzioni”, coniata molti anni dopo dal leader studentesco tedesco Rudi Dutschke. Ma il nucleo del ragionamento resiste alla forzatura. Gramsci aveva compreso che nelle società occidentali il dominio non viene esercitato soltanto dall’alto. Si deposita nel senso comune, nell’educazione, nelle abitudini e nelle parole attraverso le quali interpretiamo la realtà.

La destra contemporanea ha deciso di impadronirsi di questa intuizione e di rovesciarla contro la sinistra. Non è un fenomeno nuovo: già negli anni Settanta la Nouvelle Droite francese di Alain de Benoist aveva assunto Gramsci come riferimento strategico. Oggi quella lettura passa attraverso la piattaforma di Musk, raggiunge in tempo reale centinaia di milioni di persone e diventa materia politica per un presidente in carica. L’egemonia culturale nell’epoca degli algoritmi viaggia più veloce di quanto il suo autore avrebbe potuto immaginare.

Il contrasto con quanto accade a Reggio Emilia non riguarda i cappelletti o la nostalgia, ma la capacità di costruire pensiero. La sinistra emiliana conserva una macchina organizzativa, governa istituzioni, amministra territori e occupa uno spazio rilevante nella società. Sembra però avere smarrito la tensione culturale che trasformava una presenza politica in una visione del mondo. Celebra Gramsci senza più discuterlo, mentre i suoi avversari lo leggono per capire come vincere.

Musk ha colto il punto: Gramsci aveva ragione. Il potere più profondo non appartiene a chi controlla per un periodo un governo o un partito, ma a chi riesce a dare un nome al mondo. La sinistra dovrebbe preoccuparsi meno dell’omaggio tributato dai suoi avversari e molto di più del fatto che, proprio mentre celebra la propria festa nazionale, siano loro a studiarlo.

 

nicolafangareggi.substack.com




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