L’approvazione del suicidio medicalmente assistito anche da parte della Regione Emilia-Romagna riporta al centro una delle questioni più profonde del nostro tempo. Non riguarda soltanto il diritto o la legge. Riguarda il significato della cura.
La medicina occidentale è nata per guarire quando possibile e per alleviare quando la guarigione non è più raggiungibile. Il rapporto tra medico e paziente si fonda su una promessa antica: non lasciare sola la persona davanti alla malattia. È una promessa che attraversa i secoli e continua a rappresentare uno dei fondamenti della nostra civiltà.
La medicina, però, è cambiata. Ha allungato la vita, ha sconfitto malattie un tempo incurabili, ha trasformato la vecchiaia. Insieme alla longevità sono aumentate le patologie croniche, le malattie neurodegenerative, la non autosufficienza. Sempre più persone trascorrono gli ultimi anni della loro esistenza in una condizione di fragilità permanente. È il prezzo del nostro successo scientifico.
Di fronte a questa realtà il problema non è soltanto come morire. È come vivere fino alla fine.
Gli hospice e le cure palliative rappresentano una delle conquiste più alte della medicina contemporanea. Hanno dimostrato che la cura non coincide con la guarigione. Si può continuare a curare anche quando non si può più guarire. Si può controllare il dolore, accompagnare la sofferenza, sostenere la famiglia, restare accanto alla persona fino all’ultimo istante.
Cicely Saunders, fondatrice del moderno movimento degli hospice, lo riassunse in una frase che vale più di molte teorie: “Tu sei importante perché sei tu, e sei importante fino all’ultimo momento della tua vita“.
In quelle parole c’è un’idea della medicina. Ma c’è soprattutto un’idea dell’uomo.
Per questo il dibattito sul fine vita dovrebbe partire dagli hospice prima ancora che dalle procedure. Se una persona domanda di morire perché il dolore è insopportabile, il primo dovere della medicina consiste nel chiedersi se quel dolore possa essere alleviato. Se la sofferenza viene presa in carico, anche la domanda cambia significato. Non sempre scompare. Ma cambia.
Esiste poi un dolore che nessun analgesico può eliminare. È la paura di diventare un peso. Per il coniuge, per i figli, per chi assiste ogni giorno. È il timore di perdere la propria autonomia, di dipendere dagli altri per ogni gesto, di consumare tempo, energie e risorse economiche della propria famiglia. Anche questo entra, inevitabilmente, nelle scelte di chi affronta una malattia irreversibile.
È qui che il diritto incontra l’etica.
Non l’etica evocata ogni giorno nel dibattito politico come una parola d’ordine. L’etica nel suo significato originario: quale responsabilità abbiamo verso chi soffre? Quale risposta siamo disposti a offrire alla fragilità, quando non può più essere sconfitta ma soltanto accompagnata?
Una società matura non misura la dignità della persona dalla sua autosufficienza. La misura dalla fedeltà con cui continua a prendersene cura quando l’autonomia viene meno. L’hospice ricorda proprio questo: una vita non perde valore perché è diventata fragile. Conserva il proprio significato fino all’ultimo respiro.
Il suicidio medicalmente assistito introduce una possibilità nuova, destinata a interrogare profondamente la coscienza civile. È una scelta che nasce da situazioni estreme e che merita rispetto. Ma proprio perché estrema non dovrebbe diventare il centro della nostra idea di fine vita.
Il centro dovrebbe restare la cura.
Da qui dovrebbe ripartire il dibattito. Non dalla morte, ma dalla responsabilità di accompagnare la vita fino alla sua conclusione naturale con competenza, vicinanza e umanità.
Questa è, prima di tutto, una scelta etica.






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