“Procurare la morte, in forma diretta o tramite il suicidio medicalmente assistito, contrasta radicalmente con il valore della persona, con le finalità dello Stato e con la stessa professione medica”: è un attacco frontale quello della Conferenza episcopale dell’Emilia-Romagna (Ceer), presieduta da mons. Giacomo Morandi, vescovo della diocesi di Reggio Emilia-Guastalla, contro la legge regionale sul suicidio medicalmente assistito (Sma), approvata la scorsa settimana dall’assemblea legislativa della Regione Emilia-Romagna.
In assenza di una legislazione nazionale sul tema, quella emiliano-romagnola è la terza legge regionale che disciplina l’accesso al suicidio medicalmente assistito, dopo quelle di Toscana e Sardegna.
Per i vescovi dell’Emilia-Romagna, però, “il valore della vita umana si impone da sé in ogni sua fase, specialmente nella fragilità della vecchiaia e della malattia”, e dunque la legge in questione “non è la risposta al vero problema che la malattia e la sofferenza pongono all’essere umano”, perché aprirebbe la strada a “prevedibili allargamenti” e favorirebbe “una cultura dell’inutilità della vita della persona sofferente e gravemente inabile”.
In quei momenti, secondo la Ceer, “la persona ha bisogno di essere accompagnata e sostenuta da coloro che sappiano condividere questa fase della vita e i suoi interrogativi e anche da quelle cure palliative che, se fossero assicurate a tutti, garantirebbero sollievo e sostenibilità nella malattia e nel dolore”.
Per la Conferenza episcopale dell’Emilia-Romagna “non c’è un ‘diritto di morire’, ma il diritto di essere curati”: “Il principio di autodeterminazione reso assoluto finisce per snaturare l’esistenza in una dimensione privata, isolata, che provoca solitudine e che priva la persona della relazione con gli altri, in un individualismo che rinnega il valore della vita come bene comune da difendere e custodire insieme”.
Gli unici due punti della legge che trovano l’approvazione dei vescovi emiliano-romagnoli sono la possibilità di un’obiezione di coscienza per gli operatori sanitari, “che dovrebbe essere estesa anche ai farmacisti”, e l’importanza riconosciuta alle cure palliative, “che dovrebbero in realtà essere una precondizione e non una semplice informazione data al paziente”.






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