Lepore e de Pascale smarriscono il senso dello Stato

Lepore e de Pascale al Tecnopolo di Bologna – RER

Una vita umana non ha prezzo. La morte di Fakir impone rispetto, dolore e vicinanza ai familiari. Proprio per questo dovrebbe imporre anche prudenza. La ricostruzione dei fatti spetta alla magistratura, non alle piazze.

A Bologna è accaduto il contrario. Prima ancora che l’inchiesta potesse chiarire dinamica e responsabilità, una parte della manifestazione convocata dal sindaco Matteo Lepore e dal presidente della Regione Michele de Pascale ha già emesso la propria sentenza: i poliziotti sono “assassini”. Attorno a quello slogan si sono raccolti gruppi antagonisti e frange islamiste, fino al tentativo di forzare il confronto con le forze dell’ordine in piazza del Nettuno. Un copione visto troppe volte, che trasforma un lutto in una prova di forza politica.

È qui che emerge la responsabilità della classe dirigente. Un sindaco e un presidente di Regione hanno il dovere di tenere unite le istituzioni, non di offrire una cornice politica dentro la quale gli estremisti possano sentirsi legittimati. La presenza di Lepore e de Pascale consegna un messaggio ambiguo: da una parte si richiama la legalità, dall’altra si accetta di condividere la piazza con chi considera la polizia un nemico dello Stato e pretende di sostituire il processo con il tribunale della strada.

L’ambiguità è diventata la cifra della sinistra bolognese. Governa la città e la Regione, ma parla spesso il linguaggio dell’opposizione permanente. Amministra le istituzioni, però rincorre movimenti che delle istituzioni diffidano quando non le contestano apertamente. È una contraddizione politica che finisce per logorare l’autorevolezza di chi governa e per alimentare la radicalizzazione del confronto pubblico.

Questo rapporto ormai stabile con l’universo antagonista non rappresenta la tradizione della sinistra emiliana. Il Pci di Enrico Berlinguer considerava lo Stato democratico un bene da difendere. La legalità repubblicana era un principio, non una variabile. Il dissenso era legittimo, la delegittimazione delle forze dell’ordine no. Sarebbe difficile immaginare Berlinguer accanto a una piazza che scandisce accuse di omicidio contro agenti sui quali la magistratura deve ancora accertare ogni responsabilità.

La Bologna di oggi sembra avere smarrito quella cultura politica. La ricerca del consenso dentro ogni protesta produce una miscela pericolosa: estremisti, slogan identitari e ostilità verso chi indossa una divisa trovano spazio sotto lo sguardo delle massime autorità locali. È un errore che indebolisce lo Stato, divide la città e allontana quella vasta parte della società civile che chiede una cosa semplice: verità giudiziaria, rispetto delle istituzioni e nessuna condanna preventiva.




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