[Inchiesta] Mattone Rosso – Unieco. Il caso che divide ancora

Unieco logo tetto sede Reggio Emilia – PP

Chi arriva oggi a Reggio Emilia con l’Alta Velocità incontra la stazione Mediopadana e i ponti bianchi progettati da Santiago Calatrava.

I ponti di Calatrava di Reggio Emilia visti dal drone
Poche centinaia di metri più a sud, lungo la strada che conduce verso la Bassa, quattro torri si affacciano su una piazza. È uno dei luoghi che raccontano meglio la storia economica della città.

In una torre ha sede Unieco. In un’altra il gruppo Unipol. In una terza Legacoop. A pochi passi Coopselios, destinata a diventare uno dei principali gruppi italiani nei servizi alla persona. Nel raggio di poche centinaia di metri si concentra una parte del potere economico cooperativo emiliano.

Le quattro torri del parco Meuccio Ruini a Reggio Emilia
Quelle torri non rappresentano soltanto un investimento immobiliare. Rappresentano un’idea di città.

Fra la fine degli anni Novanta e i primi Duemila Reggio Emilia cresce, costruisce, apre nuovi quartieri, amplia le aree produttive, investe nelle infrastrutture. Le architetture di Calatrava diventeranno il simbolo della nuova porta ferroviaria. Anni dopo arriverà anche la Rcf Arena al Campovolo. Opere diverse, nate in stagioni differenti, accomunate dalla convinzione che Reggio potesse misurarsi su una scala più ampia della propria dimensione.

Mauro Casoli, presidente di UniecoAll’ultimo piano della torre Unieco lavora il presidente Mauro Casoli.

Schivo. Misurato. Tutta la vita dentro la cooperazione. Non cerca visibilità, non coltiva protagonismi. Guida una delle maggiori cooperative italiane con lo stile di un uomo d’azienda.

Dal suo ufficio lo sguardo attraversa la pianura. Sotto di lui c’è un gruppo che opera nelle costruzioni, nelle infrastrutture, nell’ambiente, nei laterizi. Migliaia di lavoratori. Cantieri in gran parte d’Italia. Unieco non è più una cooperativa edile. È un gruppo industriale.

Da quell’ultimo piano il futuro sembra ancora tutto da costruire.

Negli anni Zero Unieco cambia scala.

L’edilizia resta il cuore della cooperativa, ma attorno al mattone cresce un gruppo industriale. Costruzioni, infrastrutture, ferroviario, ambiente, laterizi. Nel corso degli anni Unieco aggrega imprese del territorio, amplia il proprio raggio d’azione e conquista una dimensione nazionale.

Fra i gioielli del gruppo c’è Clf, Costruzioni Linee Ferroviarie, controllata al 60 per cento da Unieco. La società realizza e rinnova linee ferroviarie in tutta Italia, comprese tratte dell’Alta Velocità.

Sul fronte autostradale il gruppo partecipa anche alla realizzazione della Brebemi, l’autostrada lombarda che collega Brescia, Bergamo e Milano.

Unieco non costruisce più soltanto edifici. Contribuisce a costruire una parte delle infrastrutture del Paese.

Negli anni Zero il fatturato supera il mezzo miliardo di euro. Gli addetti sono circa 1.300. Il portafoglio lavori garantisce attività per anni. La cooperativa entra stabilmente fra i maggiori gruppi italiani delle costruzioni.

Per oltre vent’anni Mauro Casoli guida questa crescita. Uomo della cooperazione, schivo nei modi e poco incline alla ribalta, amministra un gruppo che rappresenta uno dei pilastri dell’economia reggiana.

Poi arriva il 2008.

Il fallimento di Lehman Brothers apre la più grave crisi finanziaria internazionale dal dopoguerra. Il credito si restringe, il mercato immobiliare si blocca, gli investimenti rallentano. L’edilizia entra in una stagione che travolge imprese, banche e famiglie.

Nemmeno Unieco resta immune.

L'ingresso della sede Unieco di Reggio Emilia
Un gruppo costruito per crescere si trova a difendere la propria tenuta finanziaria. Le grandi commesse assorbono capitale, gli istituti di credito riducono gli affidamenti, il valore di molti investimenti immobiliari si ridimensiona. Un meccanismo che per anni aveva alimentato lo sviluppo comincia a perdere forza.

Unieco reagisce. Riduce i costi, riorganizza attività e partecipazioni, cerca nuovi equilibri finanziari. Ma la crisi non è un rallentamento del ciclo economico. È un cambiamento strutturale che investe il settore delle costruzioni e mette sotto pressione anche i gruppi più solidi.

Per Mauro Casoli inizia la fase più difficile della sua lunga presidenza. Dopo oltre vent’anni trascorsi a guidare la crescita della cooperativa, l’obiettivo non è più espandersi. È difendere il gruppo, il lavoro e un patrimonio industriale costruito nell’arco di decenni.

La storia di Unieco cambia direzione. E con essa cambia il destino di una parte dell’economia cooperativa reggiana.

Nell’autunno del 2015 Mauro Casoli lascia la presidenza dopo ventun anni alla guida di Unieco.

La cooperativa è impegnata da tempo in una difficile ristrutturazione finanziaria. Il mercato delle costruzioni non è tornato ai livelli precedenti alla crisi e il peso dell’indebitamento condiziona ogni scelta. Il nuovo gruppo dirigente cerca una via d’uscita, ma la situazione continua a deteriorarsi.

Nel 2017 il Ministero dello Sviluppo economico dispone la liquidazione coatta amministrativa. Si chiude così la storia di uno dei maggiori gruppi cooperativi italiani delle costruzioni.

La liquidazione non chiude però il confronto sulle cause del dissesto. Al contrario, apre una frattura che diventa presto pubblica. Una parte del nuovo management attribuisce alla gestione precedente responsabilità rilevanti nell’evoluzione della crisi. Mauro Casoli respinge questa ricostruzione. In una serie di interventi pubblici sostiene che la situazione patrimoniale della cooperativa fosse stata rappresentata in termini più gravi di quanto fosse in realtà, contesta alcune decisioni assunte dopo il suo pensionamento e afferma che Unieco avrebbe potuto seguire una strada diversa dalla liquidazione.

Sono due letture della stessa storia.

A distanza di anni quel confronto non si è ancora chiuso.

Ed è proprio da quella frattura che nasce la domanda destinata ad accompagnare ancora oggi la vicenda di Unieco.

Unieco poteva essere salvata?

È la domanda che continua ad attraversare il mondo cooperativo reggiano.
La liquidazione coatta amministrativa racconta una storia più complessa di quanto possa apparire. Sotto la guida del commissario Corrado Baldini vengono recuperati oltre 284 milioni di euro. I creditori privilegiati, fra i quali gli ex dipendenti, vengono soddisfatti integralmente. I primi quattro riparti distribuiscono circa 215 milioni di euro. Ai soci prestatori viene restituito, in media, il 40 per cento delle somme investite. La procedura prosegue con la valorizzazione del patrimonio residuo.

Non tutto, però, scompare.
Clf, Costruzioni Linee Ferroviarie, uno dei gioielli industriali del gruppo, continua la propria attività dopo il passaggio sotto il controllo del gruppo olandese Strukton Rail.

Una profilatrice alla stazione Mediopadana di Reggio Emilia
La Divisione Ambiente viene acquisita nel 2020 da Iren, che ne rileva impianti, società e competenze, inserendole nel proprio sistema industriale. Altri immobili, partecipazioni e attività vengono progressivamente ceduti nell’ambito della liquidazione.

Unieco scompare come cooperativa. Una parte del suo patrimonio industriale continua invece a produrre lavoro, valore e competenze.

È anche da questi fatti che nasce il confronto rimasto aperto. Se rami industriali di questo valore erano in grado di proseguire la propria attività, era possibile immaginare una ristrutturazione capace di salvare almeno il nucleo più solido del gruppo. Oppure il peso dell’indebitamento rendeva inevitabile la liquidazione?

Chi ha pagato il prezzo del dissesto sono stati, anzitutto, i soci prestatori, che hanno recuperato solo una parte dei loro risparmi. Lo hanno pagato i creditori chirografari, costretti ad attendere gli esiti della procedura. Lo ha pagato Reggio Emilia, che ha perso uno dei maggiori gruppi industriali espressi dalla cooperazione.

Una risposta definitiva non esiste.
La domanda resta aperta.

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“Mattone Rosso” è un’inchiesta sulla nascita, l’espansione e il crollo delle grandi cooperative edilizie reggiane.

 

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