Studio dell’Ausl di Reggio: sogni e visioni nel fine vita offrono conforto psicologico

team ricerca studio sogni pre morte Ausl Reggio Emilia – AUSL

I pazienti affetti da patologie avanzate possono vivere esperienze oniriche realistiche o visioni da svegli con l’avvicinarsi del decesso.

Questi sogni e queste visioni durante la veglia, spesso incentrati su persone già scomparse e carichi di significato simbolico (come l’abbraccio di un caro defunto o la vista di qualcuno che ci attende in una zona luminosa e ci chiama), offrono conforto psicologico alle persone che affrontano la fine della propria vita e non sono un mero segnale di sofferenza: a dirlo è una ricerca nazionale realizzata da una squadra di professionisti dell’Ausl Irccs di Reggio Emilia, pubblicata su Death Studies e di recente rilanciata anche da Focus.

In sostanza, è come se nel fine vita si verificasse un tentativo della mente di dare un senso a una trasformazione che essa stessa prevede come imminente. Il fenomeno – delicato e poco discusso – dei sogni nel fine vita è in realtà sensibilmente frequente nelle cure palliative.

Il tema è stato esplorato nel lavoro di ricerca intitolato “End-of-life dreams and visions in palliative care: Perspectives, interpretations and practices from Italian professionals”: condotto dai ricercatori Elisa Rabitti, Silvia Di Leo, Maurizio Cocchi e Luca Ghirotto, ha coinvolto 239 professionisti e volontari attivi nei setting di cure palliative in tutta Italia, tra medici, infermieri, psicologi e altre figure a contatto con i pazienti, in particolar modo negli hospice.

Si tratta della prima indagine italiana dedicata alle percezioni dei professionisti e dei volontari sui sogni e le visioni di fine vita raccontate dai pazienti e contribuisce ad ampliare il dibattito internazionale su un fenomeno che, pur essendo comune nelle cure palliative, rimane ancora poco conosciuto.

Le cosiddette “End-of-Life Dreams and Visions” (Eldv) sono esperienze che possono emergere in pazienti lucidi affetti da patologie avanzate e si manifestano con sogni intensi, oppure visioni durante la veglia, che spesso coinvolgono persone care non più in vita, animali domestici, immagini simboliche come scale, luce, colori, viaggi o ricongiungimenti.

L’indagine italiana mostra come gli operatori sanitari incontrino regolarmente questi racconti nella pratica clinica quotidiana. Quasi la metà dei professionisti coinvolti ha riferito di aver ascoltato direttamente sogni di fine vita raccontati dai pazienti, mentre oltre un terzo ha raccolto narrazioni di visioni durante la veglia.

Lo studio sottolinea inoltre un aspetto centrale: queste esperienze non sono considerate automaticamente da chi le raccoglie come manifestazioni patologiche o deliranti. Gli operatori intervistati tendono infatti a interpretarle attraverso chiavi psicologiche, esistenziali e spirituali, pur mantenendo l’attenzione clinica necessaria per distinguere eventuali condizioni di delirium o sofferenza organica: è come se per il paziente il sogno o la visione diventassero un’occasione per prepararsi al proprio momento di passaggio.

Un altro elemento emerso dallo studio riguarda il valore relazionale di questi racconti. Molti professionisti intervistati, infatti, riferiscono che parlare di sogni e visioni permette ai malati di affrontare temi difficili come la paura della morte, il distacco, i legami affettivi e il bisogno di significato. In numerosi casi questi dialoghi diventano occasioni di connessione profonda perché utilizzano il canale simbolico capace di aggirare quelle difese e quei tabù che spesso il linguaggio puramente logico-razionale può attivare quando si affronta il tema del morire.

Un ulteriore dato significativo, infine, riguarda il ruolo dei familiari: sogni e visioni possono generare paura o ansia nelle persone vicine al paziente, che talvolta interpretano queste esperienze come segni di confusione mentale o di imminenza della morte. Per questo, spiegano gli autori, è fondamentale che i professionisti aiutino le famiglie a comprendere il contesto emotivo e relazionale in cui questi fenomeni emergono.

La ricerca, sottolinea la dottoressa Rabitti, psicologa e psicoterapeuta e prima firmataria del lavoro, “tra i tanti aspetti mette in evidenza anche un bisogno importante dal lato di chi si prende cura dei malati. C’è infatti la necessità, dichiarata dai partecipanti, di una maggiore formazione su questi temi: meno della metà dei rispondenti si sente realmente preparata a valorizzarle come opportunità per aprire dialoghi significativi con il paziente sui suoi vissuti emotivi, relazionali ed esistenziali”.



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