L’Italia è un Paese fermo da trent’anni. Non è una formula giornalistica. È la fotografia della realtà. Da tre decenni l’economia cresce poco o nulla, mentre la spesa pubblica aumenta. Il risultato è sotto gli occhi di tutti: stipendi bassi, servizi inefficienti, giovani che se ne vanno e raramente tornano.
La destra governa da quasi quattro anni. Era arrivata al potere promettendo una stagione nuova, una scossa all’economia, una riduzione della pressione fiscale, una diversa gestione dei flussi migratori. Nulla di tutto questo si è materializzato.
Le tasse sarebbero diminuite per il ceto medio, ma milioni di contribuenti faticano ad accorgersene. Lo spread, per anni evocato come l’anticamera dell’apocalisse, è ai minimi storici. Non perché l’Italia abbia risolto i propri problemi, ma perché la Germania attraversa una delle fasi più difficili della sua storia recente.
Anche sull’immigrazione la distanza tra propaganda e realtà resta considerevole. I blocchi navali sono rimasti uno slogan elettorale e nelle città cresce un clima di insofferenza che alimenta il consenso verso figure sempre più radicali. Personaggi che intercettano paure e rabbia, ma che non sembrano possedere la minima idea di come si faccia ripartire un Paese industriale nel XXI secolo.
La sinistra non se la passa meglio. Il Partito Democratico che ambiva a rappresentare una cultura riformista europea si è liquefatto. Al suo posto è emersa una miscela di populismo assistenziale e nostalgia economica. Si rispolverano la scala mobile, le patrimoniali, l’idea che basti tassare qualche categoria definita “ricca” per finanziare una nuova espansione della spesa pubblica. Come se il problema dell’Italia fosse distribuire meglio una ricchezza che non cresce, e non produrne di nuova.
Così il dibattito politico si riduce a una gara di promesse. Da una parte chi assicura che tutto andrà bene senza cambiare nulla. Dall’altra chi propone di spendere ancora di più utilizzando risorse che non esistono. Nel mezzo c’è un Paese che continua a perdere terreno.
Perché mentre l’Italia discute del presente, il mondo corre verso il futuro.
La vera partita del nostro tempo non si gioca nelle polemiche quotidiane che monopolizzano televisioni e social network. Si gioca sull’intelligenza artificiale, sulla robotica avanzata, sull’automazione industriale, sulle biotecnologie, sulla capacità di attrarre capitale umano e investimenti. Si gioca sulla produttività.
Gli Stati Uniti e la Cina stanno costruendo il prossimo ciclo economico. Investono somme gigantesche nella ricerca, sviluppano modelli di intelligenza artificiale sempre più sofisticati, progettano veicoli autonomi, trasformano le fabbriche in ecosistemi automatizzati. L’Europa osserva da una posizione marginale. L’Italia, dentro l’Europa, rischia di occupare la periferia della periferia.
Questo tema compare raramente nel dibattito pubblico nazionale. La politica vive nell’orizzonte delle ventiquattro ore. Un tweet, un videomessaggio, una polemica, un sondaggio. Il futuro è diventato una variabile trascurabile.
Nel frattempo gli italiani fanno sempre meno figli. Non è soltanto una questione economica. È una questione culturale. Una società che smette di generare figli è spesso una società che fatica a immaginare il domani. Cresce una rassegnazione diffusa, una sensazione collettiva di declino che nessuna propaganda riesce a cancellare.
La domanda decisiva resta la stessa.
Se un Paese non aumenta la propria produttività, non investe nell’innovazione, non diventa più competitivo, come aumenta i salari? Come sostiene un sistema pensionistico costruito per una popolazione che non esiste più? Come finanzia una spesa pubblica crescente mentre la base produttiva si restringe?
A queste domande la destra non risponde. La sinistra non risponde. Entrambe preferiscono rifugiarsi nella propaganda delle rispettive tifoserie.
Nel bipopulismo che domina la scena italiana, la verità è diventata sconveniente. Perché la verità impone scelte, sacrifici, priorità. Costringe a guardare oltre la prossima elezione.
La destra promette protezione. La sinistra redistribuzione.
Nessuno promette crescita.
E senza crescita, ogni promessa diventa un debito lasciato a chi verrà dopo.






Non ci sono commenti
Partecipa anche tu