Alla metà degli anni Settanta, nelle scuole superiori di Reggio Emilia, ci si fronteggiava. Da una parte la Fgci, la Federazione giovanile comunista italiana; dall’altra gli Studenti Democratici, il movimento voluto e costruito da Camillo Ruini. Oggi, a ripensarci, viene quasi da sorridere. Gli ex giovani comunisti, per la forza stessa della storia, hanno finito per archiviare simboli, linguaggi e certezze del proprio passato e amministrano Reggio nel nome del Partito Democratico. Se gli ex comunisti sono diventati democratici, allora come dovrebbero definirsi, per simmetria, i ragazzi di don Camillo? Democraticissimi? Sono soltanto celie della memoria.
Per chi ha attraversato quelle stagioni è impossibile resistere al vortice dei ricordi quando la cronaca richiama la Storia, quella con la esse maiuscola. Una storia che, paradossalmente, nacque anche a Reggio Emilia e da qui si irradiò in forme sotterranee, spesso invisibili ma potentissime. Una vicenda che ben presto travalicò i confini di una città troppo stretta per i suoi protagonisti. Uomini appartenenti alla medesima formazione cattolica, quella nata dal dopoguerra e nutrita dal Concilio Vaticano II, destinati a dividersi, a combattersi, a rappresentare visioni differenti della Chiesa e della società. Sempre dentro una disciplina culturale e morale che appare lontana anni luce dalle miserie e dalle piccinerie della provincia.
Era la Reggio di Giuseppe Dossetti.
Partigiano, padre costituente, protagonista del Concilio, infine monaco fino alle soglie di Gerico, in Terrasanta. Chi avesse ancora il gusto dello studio ricorderebbe — o forse scoprirebbe — che il Dossetti costituente fu il vicesegretario della Democrazia Cristiana e il più autorevole avversario interno di Alcide De Gasperi nei passaggi decisivi della nascita della Repubblica.
Dossetti non voleva che l’Italia aderisse alla Nato. La sua visione, condivisa da altre grandi figure del cattolicesimo democratico, non contemplava la guerra nemmeno come possibilità antropologica. L’utopia dossettiana venne sconfitta dal senso della realtà e dalle necessità del governo. De Gasperi, altro uomo integerrimo, dimostrò nella ricostruzione del Paese una statura rara. Le utopie più affascinanti possiedono una qualità che la politica raramente conosce: sopravvivono alle sconfitte.
La pace, il disarmo, il messaggio evangelico continuano a riaffiorare nel corso della storia. Scompaiono e ritornano. Scavano lentamente nelle coscienze. Perché l’essere pace rappresenta forse il messaggio più alto della concezione cristiana dell’uomo. La politica, invece, resta l’arte del possibile.
Per questo portare oggi lo sguardo sulla bara di Camillo Ruini, accolta nel Duomo di Reggio – che in quanto Duomo accoglie tutti – non può essere un’esperienza banale.
Ruini è stato un uomo eccezionale. Di cultura raffinatissima, di intelligenza superiore, come oggi gli riconoscono anche gli ex avversari e coloro che non gli furono mai amici.
Lo hanno definito il Richelieu di Giovanni Paolo II. In realtà fu qualcosa di più. Il don Camillo di via Prevostura era un predestinato. Karol Wojtyła se ne accorse molto presto e gli cambiò la vita, affidandogli la guida della Conferenza episcopale italiana per quasi vent’anni.
E che ventennio!
In una Chiesa post-conciliare attraversata da tensioni, ripensamenti e contraddizioni; incalzata dal secolarismo e dal relativismo da una parte e dal tradizionalismo antimoderno di monsignor Lefebvre dall’altra, Ruini fu il principale artefice operativo di una stagione che restituì alla Chiesa cattolica una centralità mondiale. La forza spirituale e politica di Giovanni Paolo II contribuì in modo decisivo alla sconfitta del comunismo europeo e al rilancio della fede in ogni continente. Ruini ne fu il braccio organizzativo più efficace.
Se Joseph Ratzinger rappresentò il vice-Papa della cultura e della teologia, Ruini fu il vice-Papa dell’organizzazione e del potere ecclesiale.
Da presidente della Conferenza episcopale italiana assunse la guida della Chiesa con l’autorevolezza di uno statista. Rispondeva a un solo uomo e disponeva di una stabilità sconosciuta alla politica. Influenzò la vita ecclesiale e quella pubblica del Paese, accompagnò la diaspora del mondo democristiano e costruì un rapporto solido con Silvio Berlusconi, il fondatore del centrodestra italiano.
Romano Prodi, da giovane, chiese proprio a Camillo Ruini di celebrare il matrimonio con Flavia Franzoni. Per quale ragione quel sacerdote che aveva benedetto l’inizio della loro vita familiare sarebbe diventato il suo principale antagonista sul terreno politico? Come accade che uomini formati alla stessa scuola cattolica finiscano per rappresentare visioni tanto differenti del destino dell’Italia e dell’Europa? La storia procede anche così: separando compagni di strada e affidando loro approdi lontanissimi.
La sinistra cattolica oppose a Ruini tutta la propria forza intellettuale, sociale e politica. I Prodi, i Castagnetti, una parte significativa della cultura post-democristiana guardavano a Milano, al cardinale Carlo Maria Martini. Tra Martini e Ruini vi fu sempre un rapporto di reciproco riconoscimento, persino di rispetto, fondato su differenze profonde e spesso irriducibili.
Poi arrivò Papa Francesco.
Con lui si incrinò l’equilibrio costruito nel lungo trentennio di Wojtyła, Ratzinger e Ruini. La componente progressista del cattolicesimo contemporaneo ritrovò una guida, una voce, un orizzonte. Oggi c’è Leone XIV, Robert Francis Prevost: americano di Chicago, formato dall’esperienza latinoamericana e peruviana, moderato, aperto, prudente. Per ora sembra determinato a non consentire che le tensioni interne diventino conflitti distruttivi.
Noi, qui, per molti decenni, abbiamo vissuto questa lunga stagione. Una stagione che ha reso la fede meno mistica e più politica. Che ha contrapposto visioni differenti della Chiesa e della società. Che ha generato incomprensioni sedimentate per generazioni.
La storia bimillenaria del cristianesimo consegna una prospettiva più ampia.
Qui, nell’Emilia rossa che Camillo Ruini definiva “cattocomunista”, forse è arrivato il momento di rileggere quelle vicende con maggiore profondità e meno spirito di fazione. Di comprendere che, dietro le battaglie politiche, esistevano domande più grandi. Domande sul potere, sulla fede, sulla pace, sull’uomo.
Perché, alla fine, non di sola politica vive l’uomo.






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