Ascensione

don Giuseppe Dossetti Polveriera Reggio – FM

Giovanni l’evangelista è un grande visionario. In particolare, egli interpreta gli eventi della vita di Gesù come segni di una realtà più grande, nascosta, di un mistero che ha intenzione di svelare ai suoi lettori. Questo vale, in particolare, per la passione e morte del suo Maestro. Ciò che gli occhi vedono, è l’orrore della morte infame sulla croce: ma quei pochi centimetri, dei quali il condannato è elevato rispetto al suolo, sono la faccia dolorosa di un mistero grande. Infatti, Gesù proclama, qualche giorno prima del suo supplizio: “Io, quando sarò innalzato da terra, attirerò tutti a me” (Gv 12,32). La crocifissione diventa l’ingresso regale del Cristo nel tempio celeste, alla presenza di quel Dio che egli chiama Padre.

Anche gli altri evangelisti e Paolo interpretano in modo simile la vicenda umana di Gesù, servendosi di simboli ben noti ai loro lettori. L’universo, potremmo dire l’essere, comprende tre dimensioni: la terra, che è la dimensione dell’uomo e della storia; il cielo, che è la dimensione di Dio e dell’eternità; il “sottoterra”, gli “inferi”, che sono la dimensione della morte, che non è annichilamento, ma qualcosa di più doloroso: la separazione. Secondo questo schema, che viene ripreso in un antichissimo inno che Paolo riporta nella sua lettera ai cristiani di Filippi (Fil 2,6-11), proprio attraverso la morte Gesù raggiunge l’estremo limite della vicenda umana; ciò che era separazione massima, la morte orribile della croce, diviene strumento di comunione con i peccatori e i poveri, gli ultimi della terra.

È necessario andare oltre: il movimento che inizia dall’abisso del male e della morte, crea un passaggio, un vortice, un risucchio verso l’alto: “Il sangue di Gesù è la via nuova e vivente che egli ha inaugurato per noi attraverso la sua carne”, la sua persona segnata dal dolore e dalla morte, dice la Lettera agli Ebrei (10,20): tutta l’umanità è chiamata a questo movimento, trascinata dal sacrificio del Figlio, che viene rappresentato come una solenne e trionfale processione: “Alzate, o porte, i vostri frontali, alzatevi soglie antiche, ed entri il re della gloria”, così si cantava nel tempio di Gerusalemme, anticipando la venuta del Messia (Salmo 24,7). Il vero tempio è quello celeste e Gesù vi entra come sommo sacerdote e come re. La sua regalità consiste nell’abbattere le barriere demoniache, nel liberare l’uomo dalle “strutture di male”, da quei sistemi che spingono l’uomo a non resistere, a rassegnarsi ad essere vittima e complice nello stesso tempo. L’esempio più pertinente è la guerra, che sfugge al controllo di chi l’ha iniziata e diviene un incendio, che si estingue solo quando non c’è più nulla da bruciare.

C’è rimedio? Sì, perché il nostro re è anche il sommo sacerdote dell’umanità. La lettera agli Ebrei ha parole meravigliose: “Cristo non è entrato in un santuario fatto da mani d’uomo … ma nel cielo stesso, per comparire ora al cospetto di Dio in nostro favore. E non deve offrire se stesso più volte come il sommo sacerdote , che entra nel santuario ogni anno con sangue altrui … Invece ora, una volta sola, nella pienezza dei tempi, egli è apparso per annullare il peccato mediante il sacrificio di se stesso” (9,24 ss.). La via di Gesù rimane sempre aperta: egli “possiede un sacerdozio che non tramonta, cosicchè può salvare perfettamente quelli che per mezzo di lui si avvicinano a Dio: egli infatti è sempre vivo per intercedere a loro favore” (9,24s.).

Se siete risorti con Cristo, cercate le cose di lassù, dove è Cristo seduto alla destra di Dio; rivolgete il pensiero alle cose di lassù, non a quelle della terra”, così esorta san Paolo (Col 3,1s.). Se saliamo per “la via nuova e vivente” che è Gesù, vivremo la doppia appartenenza, al mondo, alla storia, e all’eternità. Saremo forse un po’ stranieri in patria, vivremo anche noi la tentazione di accusare di irrilevanza il regno di Dio; ma saranno proprio la sofferenza e la perseveranza dei discepoli a rendere presente l’abbraccio di questo regno.




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