A Reggio Emilia fervono i preparativi per l’arrivo della principessa del Galles Catherine Elizabeth “Kate” Middleton, patrona del Royal Foundation Centre for Early Childhood, attesa in città mercoledì 13 e giovedì 14 maggio per visitare gli asili reggiani e studiare l’esperienza del cosiddetto “Reggio Emilia Approach” nell’educazione dell’infanzia in età pre-scolare.
Ma che cos’è il cosiddetto “Reggio Approach”? Elaborato dal pedagogista Loris Malaguzzi, è uno dei modelli educativi italiani più studiati nel mondo. Viene spesso associato a idee come creatività, ascolto e centralità del bambino, ma dietro questa definizione esiste un impianto pedagogico molto preciso.
Più che un semplice metodo scolastico, è una visione dell’educazione: il bambino non viene considerato un soggetto passivo da riempire di nozioni, ma una persona competente, curiosa e capace di costruire conoscenza attraverso esperienza, relazione ed esplorazione.
Nel modello scolastico tradizionale l’insegnante trasmette contenuti, il bambino ascolta, l’apprendimento viene verificato con esercizi e valutazioni. Nel Reggio Approach, invece, il meccanismo è diverso: si parte dalle domande dei bambini, l’insegnante osserva e accompagna, il sapere si costruisce attraverso attività condivise.
L’obiettivo non è soltanto quello di acquisire informazioni, ma anche quello di sviluppare autonomia, capacità relazionale, pensiero critico, creatività, linguaggio emotivo ed espressivo.
Uno dei concetti più noti di Malaguzzi è in effetti proprio quello dei “cento linguaggi”. L’idea è che bambini e bambine non si esprimano soltanto attraverso le parole, ma anche mediante il disegno, il movimento, la musica, il gioco, la costruzione, il teatro, la fotografia, la manipolazione dei materiali. Ogni forma espressiva, insomma, diventa uno strumento per comprendere il mondo.

Il pedagogista reggiano Loris Malaguzzi
Per questo il Reggio Approach sostiene che non esiste una sola intelligenza, non esiste un solo modo corretto di apprendere, e che il processo creativo ha valore educativo tanto quanto il risultato finale.
Uno degli aspetti più caratteristici delle scuole reggiane è il lavoro per progetti. Gli insegnanti osservano interessi e curiosità dei bambini e costruiscono percorsi educativi intorno a quei temi. Ad esempio: un gruppo di bambini si incuriosisce osservando le ombre nel cortile; da lì possono nascere attività su luce, movimento, forme, fotografia, racconto, disegno e fenomeni naturali. Il progetto evolve poi progressivamente, senza un programma necessariamente rigido.
Nel Reggio Approach, poi, anche lo spazio scolastico ha un ruolo educativo. Dopo bambino e insegnante, l’ambiente viene definito il “terzo educatore”. Per questo motivo le aule sono curate nei minimi dettagli, i materiali sono accessibili, la luce naturale è valorizzata, gli spazi favoriscono collaborazione e autonomia. Le scuole ispirate al metodo reggiano spesso assomigliano più a laboratori creativi che a classi scolastiche tradizionali. L’idea di fondo è che lo spazio influenzi vari aspetti: attenzione, curiosità, comportamento, qualità delle relazioni.
Un altro elemento distintivo del metodo reggiano è “l’atelier”, uno spazio dedicato alla sperimentazione artistica e sensoriale. Qui lavorano figure specializzate, gli “atelieristi”, con competenze artistiche e pedagogiche. Non si tratta semplicemente di attività manuali o decorative: l’arte viene usata come strumento di conoscenza. I bambini lavorano con argilla, legno, carta, colori, materiali naturali, fotografia e strumenti digitali per sviluppare capacità di osservazione, immaginazione e ricerca.
Una pratica fondamentale di tutte queste attività, poi, è la documentazione. Gli e le insegnanti raccolgono nel tempo fotografie, dialoghi, disegni, osservazioni ed evoluzione dei progetti per comprendere come ragionano i bambini, rendere visibile il percorso educativo, coinvolgere le famiglie e migliorare il lavoro degli stessi insegnanti. Nelle scuole reggiane è frequente vedere pannelli con immagini, frasi dei bambini e materiali che raccontano l’evoluzione delle attività.
Il metodo reggiano integra elementi provenienti da diverse tradizioni educative. Maria Montessori, ad esempio, influenzò il Reggio Approach soprattutto nell’idea di autonomia del bambino, apprendimento attivo e importanza dell’ambiente educativo. La differenza principale è che Montessori utilizza materiali e percorsi più strutturati, mentre il Reggio Approach lascia maggiore spazio all’imprevisto, alla relazione e alla progettazione condivisa.
Anche Jean Piaget contribuì con l’idea che il bambino costruisca conoscenza attraverso l’esperienza diretta. Da qui deriva il valore attribuito dal Reggio Approach alle fasi di esplorazione e sperimentazione e all’errore come fase dell’apprendimento.
Lev Vygotskij, invece, influenzò soprattutto la dimensione sociale dell’apprendimento. Nel Reggio Approach il gruppo è centrale, il dialogo costruisce conoscenza, l’insegnante guida senza imporsi come unica fonte del sapere.
Il modello educativo sviluppato a Reggio è oggi osservato e adattato in numerosi Paesi del mondo. Il motivo principale è che ha anticipato temi oggi molto discussi: l’educazione emotiva, l’apprendimento esperienziale, l’interdisciplinarità, la creatività, la partecipazione delle famiglie, la personalizzazione dei percorsi educativi.
Molte scuole e università internazionali considerano il Reggio Approach uno dei riferimenti più avanzati nell’educazione dell’infanzia. Secondo sostenitori e studiosi, il metodo favorisce autonomia, sicurezza personale, capacità comunicativa, cooperazione,
creatività e problem solving. Vengono apprezzate soprattutto la qualità della relazione educativa, l’attenzione all’ascolto, la valorizzazione delle differenze individuali.
Il Reggio Approach, però, presenta anche limiti e difficoltà pratiche: richiede molte risorse economiche per funzionare e per applicarlo efficacemente servono insegnanti molto formati, tempo di osservazione, classi non troppo numerose, spazi adeguati e un forte investimento educativo; per questo non è semplice replicarlo integralmente nei sistemi scolastici standardizzati.
Chi preferisce modelli educativi più tradizionali sostiene che nel Reggio Approach manchino parametri rigidi, che alcuni apprendimenti siano difficili da misurare, che esista il rischio di dispersione. I sostenitori del metodo, invece, replicano che lo sviluppo infantile non possa essere valutato esclusivamente attraverso test standardizzati: più che trasmettere contenuti, la scuola diventa uno spazio in cui bambini e bambine imparano a osservare, esprimersi, collaborare e costruire pensiero.







L ‘articolo profonde banalità sesquipedali giustamente sovrapponibili alla gloria perpetua che è nel destino del Peggio E. …Amen!
Prima media, dopo anni di tanti bei progetti emozioni, esperienze, atelier etc etc, non sanno leggere e scorrevolmente e di calcolo fanno fatica.
Lo chiamerei Peggio Approach