La tenerezza

don Giuseppe Dossetti Polveriera Reggio – FM

Mi chiedo, in questi giorni dolorosi, come sia possibile che la sofferenza degli altri venga guardata con occhio indifferente. Può darsi che si tratti di una reazione al sentimento di impotenza, di fronte a tanto male, di fronte a problemi così più grandi di noi. Qualcosa di vero c’è, ma non basta a spiegare, e tanto meno a giustificare un atteggiamento che ci rende duri e paurosi; possiamo osare di dire che ci rende spietati.

D’altra parte, non è possibile fare la guerra senza fare dell’altro una caricatura mostruosa, uno strumento del male: lo abbiamo visto nella Grande Guerra e lo vediamo anche oggi, anche se esiste una versione più raffinata e meno colpevolizzante, la categoria dei “danni collaterali”, dove la colpa consiste nel trovarsi nel posto sbagliato nel momento sbagliato. Resta un po’ difficile, però, accettare che i danni collaterali siano decine di migliaia. Un altro esempio di indifferenza è quella verso i morti sul lavoro. Muoiono un migliaio di persone ogni anno, ma noi ne dimentichiamo il nome e la storia, nel tempo di voltare la pagina del giornale o i passare alle notizie sportive.

Esiste una cura per la spietatezza? L’ho trovata nel Vangelo, in particolare nel colloquio tra Gesù e i suoi discepoli, la notte della Pasqua e dell’arresto (Vangelo di Giovanni, capitoli 13-17). Gesù è consapevole della tristezza che sale nel cuore di questi uomini, ma anche di coloro che nei secoli accoglieranno la loro parola (17,20). A loro si rivolge così: “Non sia turbato il vostro cuore. Abbiate fede in Dio e abbiate fede anche in me. Nella casa del Padre mio vi sono molte dimore. Se no, vi avrei mai detto: ‘Vado a prepararvi un posto’? Quando sarò andato e vi avrò preparato un posto, verrò di nuovo e vi prenderò con me, perché dove sono io siate anche voi. E del luogo dove io vado voi conoscete la via”. (14,1-4).

Quest’ultima frase suscita la reazione di Tommaso, che, nella sua semplicità, dà voce ai nostri sentimenti: “Signore, non sappiamo dove vai; come possiamo conoscere la via?”. Ancora una volta, Tommaso ha ragione. Gesù risponde con una delle frasi più belle del Vangelo: “Io sono la via, la verità e la vita”.

Immaginiamo che le parole di Tommaso siano pronunziate con sofferenza: quello che Gesù ha detto, suona alle sue orecchie come distacco, separazione. Proprio a questa sofferenza è rivolta la parola del Maestro: separazione non ci sarà. Certamente, inizia un percorso difficile, qualche volta segnato dal sangue; talvolta addirittura vi sarà il rinnegamento, la ricerca di strade più ragionevoli e più comode. Ma la parola che sarà pronunziata, fino alla fine dei secoli, sarà sempre la stessa: “Io sono con voi, io sono la via, io sono la vita”.

Gesù non fornisce ricette, modelli economici o politici. Egli vuole rispondere alla richiesta più vera dei suoi discepoli, la richiesta, appunto, di tenerezza. Lo avvertiamo in queste parole dolcissime, nelle quali egli propone, come risposta a Tommaso e a noi, la sua persona. Anche Trump, Putin, Netanyahu, i pasdaran di ogni crudeltà, dovranno prima o poi ammettere che anche loro hanno bisogno di essere amati, consolati, che anche loro sono come dei bimbi in una stanza buia.

Proprio così. Il bimbo non chiede risposte a domande difficili: gli basta aver vicino la sua mamma o il suo papà. Poi, crescerà e dovrà affrontare problemi e sfide importanti: ma la fede lo sorreggerà, sentirà la presenza che lo incoraggia, lo rialza, gli fa accettare l’abbandono di chi gli aveva promesso mirabili destini. Soprattutto, guarderà con occhio diverso il povero, l’ammalato, lo straniero, il nemico: la via di un Dio che viene incontro nelle profondità buie della storia, lo aiuterà a trovare la via per sé e per l’altro, chiunque sia l’altro.




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