Perché accettiamo l’odio

Liliana Segre – CTCF

Come non concordare con Liliana Segre, sopravvissuta ad Auschwitz, quando denuncia l’espansione dell’odio. Non è un accidente della storia. È un dispositivo che si replica. Guerre tra Stati, fanatismi religiosi, interessi economici sono solo le sue forme visibili. La matrice è più profonda. Sta nell’educazione sentimentale dell’uomo.

L’avversione si apprende presto. Non è un istinto puro. È un veleno somministrato con pazienza. Un bambino palestinese cresce dentro un racconto che lo orienta contro l’ebreo. Un coetaneo israeliano dentro un racconto opposto e speculare. La simmetria non assolve nessuno. Spiega molto. L’odio diventa abitudine prima ancora che scelta.

Da qui nasce l’illusione occidentale. Le guerre scorrono sui tablet. Sembrano lontane. Altri mondi, altre vite. Non è così. È una distanza ottica. Non morale. Accettiamo l’inganno perché non siamo fatti per sostenere a lungo la visione del conflitto. Non perché siamo innocenti. Perché siamo fragili.

La politica appare svuotata. Non guida. Reagisce. In Italia il 25 aprile divide invece di unire. Una festa civile trasformata in campo di battaglia simbolico. Segno di un deficit più ampio. Manca un’idea condivisa di convivenza. Manca una grammatica comune del limite.

Friedrich Nietzsche aveva visto l’abisso. Ha smascherato le illusioni morali. Ma non ha fornito un’etica operativa per società di massa. Dopo due guerre mondiali l’Europa non ha metabolizzato davvero la lezione. Oggi la “terza guerra mondiale a pezzi” evocata da Papa Francesco non è solo una formula. È una diagnosi.

L’uomo non ha ancora imparato a stare dentro la propria possibilità. Conosce il male. Lo organizza. Lo giustifica. Più raramente lo disinnesca. L’odio non è destino. È pratica. E come ogni pratica richiede disciplina contraria. Educazione. Responsabilità. Memoria attiva.

Il resto è retorica. E la retorica non salva nessuno.

 

nicolafangareggi.substack.com




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