L’esito del referendum costituzionale del 22 e 23 marzo, che ha visto prevalere nettamente i No alla riforma della giustizia, ha innescato una sorta di resa dei conti all’interno del governo Meloni.
I primi effetti concreti della sconfitta referendaria si sono visti nel pomeriggio di martedì 24 marzo, quando si sono dimessi il sottosegretario alla giustizia Andrea Delmastro e il capo di gabinetto del Ministero della giustizia Giusi Bartolozzi, braccio destro del ministro Carlo Nordio.
Poco più tardi, con un comunicato piuttosto laconico, la presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha fatto sapere di aver apprezzato il passo indietro di Delmastro e Bartolozzi, ma non si è fermata lì: “Auspico che, sulla medesima linea di sensibilità istituzionale, analoga scelta sia condivisa dal ministro del Turismo, Daniela Santanchè”, si legge nella breve e fredda nota di Palazzo Chigi.
Una clamorosa richiesta di dimissioni che però, almeno per il momento, non è stata seguita dai fatti: la ministra, peraltro anche lei in quota Fratelli d’Italia, pare intenzionata a resistere il più possibile, anche se la sconfessione pubblica sembra ormai un punto di non ritorno.
Sulla ministra Santanchè pesano in particolare, più che la sconfitta referendaria, i guai giudiziari: un processo in corso a Milano per presunto falso in bilancio della sua società Visibilia e un’indagine a suo carico con l’accusa di bancarotta. Per il momento la diretta interessata non ha fatto una piega, almeno pubblicamente, e ha confermato tutti gli appuntamenti dei prossimi giorni, segno della volontà di provare a superare indenne la tempesta.
Nel frattempo, però, fiutando l’aria che tira da quelle parti, il Partito Democratico ha annunciato la presentazione di una mozione di sfiducia contro la ministra: se non dovesse accettare di fare un passo indietro “volontario”, a quel punto potrebbe essere l’aula del Parlamento a impallinarla.






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