Pasqua di risurrezione

don Giuseppe Dossetti Polveriera Reggio – FM

Fa parte dei miei doveri d’ufficio porre l’interrogativo, se ci sia una vita dopo la morte. Nel Credo che si recita nella Messa, si dice: “Credo la risurrezione della carne e la vita eterna”. Si tratta di affermazioni pesanti e incombe su chi le fa l’onere della prova.

La storia del pensiero umano è attraversata da quello che potremmo chiamare il “platonismo”, che risale però a tempi più antichi di quelli del discepolo di Socrate. Ma c’è un prezzo da pagare: l’irrilevanza del corpo, cioè della storia, che è “Maya”, apparenza. Ma come si fa a dire a una madre che la morte del suo bimbo, dilaniato dalle bombe, è un momento irrilevante, una goccia nel grande mare dell’essere, o del nulla?

Al tempo di Gesù, la risurrezione dei morti fa parte della fede ebraica. È morto Lazzaro e sua sorella Marta consegna a Gesù la sua protesta: “Se tu fossi stato qui, mio fratello non sarebbe morto”. La morte è un assurdo, è in conflitto con l’immagine di un Dio fedele e buono. Gesù le dice: “Tuo fratello risorgerà”; ma la frase è ambigua, così che Marta replica: “Lo so che risorgerà, anch’io ho studiato il catechismo. Lazzaro risorgerà, alla fine del tempo, assieme a tutti i morti. Ma intanto egli è lì, nel sepolcro, e a noi manca la sua presenza, il suo volto, il suo affetto”.

È molto bello quello che accade dopo: Gesù piange, davanti alla tomba dell’amico. Ma non sapeva che Lazzaro sarebbe risorto, a una sua parola, fra un breve istante? Certo; ma il dolore è una cosa seria, la fede non rende insensibili. È giusto soffrire per i bambini di Gaza, per gli amputati del conflitto ucraino, per i morti in mare sulle rotte della speranza. Il pianto di Gesù dà dignità al pianto dell’uomo, gli dona il diritto di pretendere che giustizia e pace siano il dovere di tutti, verso i sofferenti e i piccoli.

Prima di incamminarsi verso il cimitero, Gesù ha detto a Marta la parola più seria e che richiede una decisione. “Io sono la risurrezione e la vita; chi crede in me, anche se è morto, vivrà”. Si può pensare che Gesù stia alludendo alla risurrezione che avverrà tra poco, del suo amico. Ma egli continua: “Io sono la risurrezione e la vita, e chiunque vive e crede in me, non morirà in eterno”. Parole assurde e meravigliose: chi le pronunzia, sta andando a morire su una croce; non solo, ma egli non dice che egli opererà la risurrezione, ma che la sua persona è la risurrezione. E questa vita, presente e sperimentabile proprio ora, travolge la morte e i suoi strumenti e complici.

C’è una logica, in tutto questo. Si tratta di decidere se il vincitore è la morte, oppure l’amore. Non si tratta però di una scelta ideologica. La pretesa di Gesù è che il rapporto con lui, con la sua persona, introduce in un rapporto ancora più alto, quello tra lui e quel Dio che egli ci insegna a chiamare Padre. Questa esperienza è offerta a tutti, anche se è rifiutata da molti, soprattutto da chi crede nella forza, nelle armi, nel denaro.

Voglio però dare la mia testimonianza: basta poco, per intrattenere un dialogo con Gesù di Nazareth. Egli conosce le vie del cuore umano, si rende presente nei tempi e nei modi che egli sceglie. Tuttavia, c’è una strada universale, che tutti possiamo percorrere: la liturgia, la Messa, i riti, in particolare quelli che viviamo in questi giorni pasquali. Non è possibile parteciparvi senza sentire la sua presenza, senza udire la sua parola: “Venite a me, voi tutti che siete stanchi e oppressi e io vi darò ristoro; prendete il mio giogo sopra di voi e imparate da me, che sono mite e umile di cuore e troverete ristoro per la vostra vita” (Mt 11,28).

Vi auguro una buona Pasqua, vi saluto con le parole che vengono usate come saluto dai cristiani orientali: Christòs anèsti, Cristo è risorto. Così sia, per voi e per me.

 

Sospenderò la lettera in queste domeniche e riprenderemo, a Dio piacendo, dopo questi giorni santi.




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