Riceviamo e pubblichiamo in versione integrale questo intervento di Roberta Notari.
A Reggio Emilia è apparsa recentemente una nuova campagna di sensibilizzazione contro la sottomissione e la violenza sulle donne dell’artista Elena Bellantoni, realizzata dal Comune in collaborazione con la Fondazione Palazzo Magnani. I manifesti occupano gli spazi della nostra città con immagini d’epoca e testi densi di significato.
L’intento è nobile, l’estetica curata, ma c’è un problema di fondo che non possiamo ignorare: chi capisce davvero cosa c’è scritto?
Quando si affrontano temi urgenti come la cultura della parità e la violenza di genere, la comunicazione ha un dovere civile preciso: essere democratica, immediata e universale. Deve arrivare a tutti, dal professore universitario all’operaio, dallo studente all’anziano che attraversa la strada. Invece, passeggiando per la città, ci si scontra con messaggi come “Riscrive ostinata la sua genealogia” o “Spazio radicale e creativo”. Sono frasi affascinanti, certo, ma estremamente complesse. Sono linguaggi da catalogo d’arte, da museo, da salotto intellettuale. Ma la strada non è un museo.
Emblematico è il cartellone che recita: “Tu domini, io diserto. Tu costruisci confini mentre io li attraverso”.

Mentre le auto sfrecciano sulla circonvallazione, il messaggio si perde nel vento. Il termine “disertare” è un concetto intellettuale che richiede un tempo di analisi e un’attenzione che la strada non concede. In un momento storico in cui la violenza di genere è un’emergenza da “codice rosso”, abbiamo bisogno di messaggi che siano scudi e spade, non di enigmi che sembrano citazioni di un libro di filosofia. Se il destinatario del messaggio (sia chi subisce, sia chi esercita violenza) non capisce il codice linguistico, quel manifesto diventa solo un elemento d’arredo urbano, costoso e purtroppo silenzioso.
Il paradosso di questa operazione è che rischia di parlare solo a chi è già sensibile al tema o possiede gli strumenti culturali per decodificare messaggi così astratti. Chi, invece, vive ancora immerso in una cultura di prevaricazione o non ha avuto accesso a certi percorsi di studio, probabilmente guarderà quei manifesti senza trarne alcun insegnamento.
Ogni euro di fondi pubblici investito in comunicazione sociale dovrebbe avere l’obiettivo di generare un cambiamento reale nelle coscienze. Quando il messaggio diventa un rebus, quell’occasione viene, di fatto, sprecata. La lotta alla violenza sulle donne si fa con la chiarezza, con l’empatia e con parole che colpiscono lo stomaco, non con concetti che richiedono una laurea per essere interpretati.
Non si tratta di sminuire l’arte, ma di dare a ogni linguaggio il suo posto: se vogliamo davvero stimolare uno “sguardo critico” nella cittadinanza, dobbiamo assicurarci che quel messaggio sia un dialogo aperto con tutta la città, non un monologo per pochi eletti.
Roberta Notari







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