La qualità dell’amministrazione pubblica coincide sempre più con una questione che la politica continua a rimandare: la dimensione e la qualità della spesa pubblica. Per decenni lo Stato italiano — a tutti i livelli, centrale e locale — ha seguito una logica di espansione continua. Strutture, uffici, enti, partecipate: la macchina amministrativa tende a crescere e ad autoalimentarsi. La burocrazia raramente si riduce; più spesso si riproduce, moltiplica competenze, genera nuova spesa.
In questo meccanismo la politica trova uno strumento facile di consenso. Si spende per distribuire risorse, per creare strutture, per soddisfare interessi immediati. Molto meno per migliorare davvero la qualità dei servizi o l’efficienza. Il risultato è una massa crescente di spesa pubblica di cui una parte non trascurabile è semplicemente improduttiva. Nel frattempo il debito aumenta e il costo viene trasferito alle generazioni future.
Per questo occorre affrontare seriamente il tema della riduzione della spesa, a partire proprio da quella improduttiva. Non si tratta di ridurre lo Stato o i Comuni per ideologia, ma di amministrarli con disciplina.
Una spending review permanente, controlli professionali sui bilanci e una vera responsabilità amministrativa sono condizioni minime di serietà. Il principio dovrebbe essere elementare: il denaro pubblico va speso come se fosse denaro proprio.






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