Giovedì 27 febbraio è il giorno dell’inizio, a Bologna, del processo di appello per la morte di Saman Abbas, la ragazza di 18 anni di nazionalità pakistana che era svanita nel nulla nella notte tra il 30 aprile e il primo maggio del 2021 dalla sua abitazione di Novellara, in provincia di Reggio, dopo essersi opposta a un matrimonio combinato in patria che era stato organizzato per lei dai suoi genitori.
Il corpo senza vita della ragazza era stato ritrovato dopo un anno e mezzo, alla fine di novembre del 2022, interrato a tre metri di profondità nelle campagne di Novellara.
La prima udienza davanti alla Corte d’appello del tribunale di Bologna ha visto in aula per la prima volta anche Nazia Shaheen, la madre di Saman Abbas, estradata dal Pakistan solo lo scorso 22 agosto, a processo di primo grado ormai concluso.
Proprio in primo grado la donna era stata condannata all’ergastolo, assieme al marito Shabbar Abbas; mentre lo zio della vittima, Danish Hasnain, era stato condannato a 14 anni di reclusione. Assolti, invece, i cugini della ragazza, Ikram Ijaz e Nomanhulaq Nomanhulaq: ma la Procura di Reggio ha voluto impugnare la sentenza di assoluzione in appello, convinta che anche loro due siano stati in qualche modo coinvolti nell’omicidio.
Un progetto di omicidio nato e consumato interamente nella cerchia familiare degli Abbas, secondo l’accusa, e comunicato persino in anticipo ai parenti che vivevano all’estero.







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