Una collezione d’arte alle Reggiane

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Gentile segretario della Cgil nazionale Maurizio Landini,

Gentile sindaco di Reggio Emilia Luca Vecchi,

nella nostra città quale è l’idea cultuale più internazionale e originale, naturalmente mai realizzata?

Non so voi, io non ho dubbi: una grande collezione di falsi d’autore, riprendendo insieme le gesta del lontano collezionista e falsario Parmeggiani e un’intuizione dell’indimenticabile maestro e amico, avvocato e poeta Corrado Costa, di cui quest’anno ricorre, spero NON TROPPO SILENZIOSAMENTE, il trentennale della morte: un investimento economico sicuro e, al tempo stesso, una profonda riflessione sul mercato dell’arte.

La mia proposta è assi più modesta.

E nasce da una felice contraddizione tutta reggiana.

Da una parte c’è il gioiello della Collezione Maramotti, privata, tra le più importanti in Europa, specie rispetto al Novecento.Nella prima fabbrica ristrutturata. Spesso snobbata dal comune. Legata alla famiglia del maggior imprenditore reggiano: certo non appartenente all’area del centrosinistra: tra i suoi operai non hai mai voluto sindacati e mai ha concesso diritto di sciopero, se si voleva lavorare da lui. Una collezione capace di rinnovarsi in continuazione, anche dopo la morte del fondatore, attraverso la sua famiglia, investendo e organizzando un importante premio mondiale. Accesso gratuito, visitatori accolti su prenotazione a piccoli gruppi su prenotazione come raramente accade in Italia in una collezione o in un museo pubblico.

Dall’altra parte, al contrario, c’è e c’è stato l’accumularsi di opere visive nella nostra Camera del Lavoro, ma anche all’interno di piccole aziende e cooperative legate alla galassia del cosiddetto centrosinistra. La collezione reggiana ha avuto un importante impulso negli ultimi decenni grazie al critico Sandro Parmiggiani, al l’importante materiale che raccoglie, al momento funge come materiale d’arredo. Lo stesso accade in tante altre Camere del Lavoro in Italia, incapaci di unirsi, valorizzare e promuovere il proprio patrimonio comune rappresentato in prevalenza da opere visive e sculture dedicate al lavoro.

Gentile Maurizio Landini, gentile Luca Vecchi, questa contraddizione è forse una metafora di quanto avvenuto nel Novecento e in questi primi decenni del nuovo millennio?

Forse.

A ogni modo, passiamo oltre. Vi scrivo per un’altra faccenda, che in qualche modo vi accomuna.

E’ vero, gentile Landini, che alcuni anni fa, a Roma, è stata realizzata una importante mostra temporanea e la direzione generale Cgil, dal 1994, – solo dal 1994! – conserva, riordina, studia questa raccolta diffusa che testimonia un percorso di produzione culturale che intreccia il desiderio di emancipazione dei lavoratori alle aspirazioni civili di tanti artisti.

E’ vero, gentile Landini, che l’archivio romano, raramente, organizza in piccole città italiane italiane piccole mostre sul Lavoro delle donne o Sulla carta dei diritti.

E’ vero, gentile Landini, che è disponibile agli utenti una deliziosa mostra virtuale che ripercorrere l’incontro tra lavoratori e artisti per avere un Paese più dignitoso.

Ma deve ammettere che non esiste, al momento, un una collezione completa capace di raccogliere, selezionare, offrire all’opinione pubblica la possibilità di fruirne dal vivo offrendo all’intera storia dell’arte italiana una importante parte della sua storia che va da fine Ottocento a oggi.

La maggior parte della gente oggi va in sindacato per pagare le tasse o per risolvere sfighe lavorative; mai un’idea propositiva, si gioca sempre in diifesa. Per una volta proviamo a giocare all’attacco. Oggi parlare della rappresentazione del lavoro e della narrazione sul lavoro è quasi più importante che uno sciopero. Riprendiamoci la voce.

Evito di dilungarmi in sproloqui, caro Maurizio Landini e Luca Vecchi, e passo alla proposta: le nostre amministrazioni comunale e provinciale, con contributi regionali e statali, ma anche di una cordata di Camere del Lavoro e cooperative, potrebbero candidare la nostra città alla realizzazione di una collezione/collezione o addirittura di un Museo, nazionali, sulla rappresentazione del lavoro nel mondo dell’arte da fine Ottocento a oggi? E magari a domani?

La location ideale?

Una ex fabbrica ristrutturata.

Se la ha scelta addirittura un imprenditore!

L’ideale?

Parte delle ex Reggiane; ma forse no: area condizionata e regolazione della temperatura e dell’umidità in spazi così immensi dono devono essere cosa facile… Certo, oltre agli appartamenti, a Reggio e provincia, oggi ci sono anche tante fabbriche in disuso… Non dovrebbe essere un problema….

Perchè?

Perché va benissimo l’Arena Campovolo, per carità: se piove ce ne faremo una ragione e rimanderemo un concerto come in caso di pandemia.+

Va bene che alle ex Reggiane ci siano sedi di aziende private nazionali.

E vanno bene gli spot di Palazzo Magnani o il frettoloso album fotografico di Fotografia Europea.

Ma una collezione nazionale d’arte alle ex Reggiane, ne converrete, Maurizio Landini e Luca Vecchi, culturalmente sarebbe imparagonabile.

Le idee sono una cosa, i fatti un’altra. Lo sento dire spesso. Ma è vero che senza idee, anche se si hanno i soldi, non si va da nessuna parte.

Anche per questo sarei grato a chiunque, ma in particolare a voi, Luca Vecchi e a Maurizio Landini, – tra l’altro, magari un segretario nazionale reggiano della Cgil, se volesse, forse potrebbe aiutare in un’impresa del genere? – se voleste esprimere una vostra pubblica opinione su questa mia proposta. Anche solo per farne comprendere l’impossibilità. Vi ringrazio anticipatamente.

Con stima, Giuseppe Caliceti.

 




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