Ucraina, Reggio e i diversi colori dell’accoglienza

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Daniele Marchi (assessore a Welfare e Politiche per i Migranti del Comune di Reggio)

Giallo e blu. Sono i colori, oltre che dell’Ucraina, della mobilitazione di solidarietà di Reggio Emilia e della sua provincia verso chi fugge dalla folle guerra di Putin contro l’Ucraina e il suo popolo, la sua democrazia e la sua libertà. Gli stessi colori indossati dalle migliaia di persone scese in piazza per la pace: perché è partendo dalle vittime e da chi fugge che si può e si deve costruire la pace, perché è nei loro occhi che si vede che non esistono guerre giuste.

Reggio Emilia è il territorio più accogliente di tutta l’Emilia-Romagna. Non a caso, credo. Ma grazie a una storia che ha fatto dell’accoglienza, dell’apertura e dell’interculturalità una scelta politica precisa, radicata.

Oltre 2.000 le persone arrivate finora, quasi tutte accolte grazie alla generosità di parenti e amici, grazie alla rete degli oltre 4.000 ucraini residenti e integrati nelle nostre comunità. Decine gli alloggi messi a disposizione dai reggiani per dare casa a chi arriva privo di reti e riferimenti.

Già 3 Tir di aiuti partiti dal Magazzino del Comune di Reggio Emilia. Oltre 200 tonnellate di aiuti raccolti e inviati dalla Comunità ucraina attraverso le loro associazioni e Chiese. A tutto questo vanno aggiunti il grande lavoro delle istituzioni e dei servizi del nostro territorio (Comuni, Ausl, Prefettura, Questura, Scuole, Cooperative… ) che nonostante la stanchezza della prova del Covid stanno rispondendo insieme con efficacia, tempestività e coordinamento all’ennesima emergenza.

Eppure, assieme al senso di gratitudine per quanto sta accadendo, sorge anche una domanda che, per quanto scomoda, forse è utile porsi: perché oggi sì e ieri no? Perché per altre guerre, altre fughe, altri colori la risposta fu diversa? Le case si chiudevano, non si aprivano. La politica dell’accoglienza prendeva schiaffi, non applausi. Non dappertutto, non per tutti, ma è innegabile che quel vento era un vento contrario. Provare con serietà a chiedersi perché quel vento, oggi, ha per fortuna una direzione diversa, credo possa far emergere riflessioni importanti per la nostra città e non solo. Qui indico tre possibili traiettorie.

La prossimità. Questa guerra e le sue vittime ci sono vicine sia geograficamente che culturalmente. È una guerra “europea”, non africana, non asiatica. Ci coinvolge direttamente e immediatamente, sia emotivamente che politicamente. Allo stesso tempo ci fa sentire, direttamente e immediatamente, la brutalità della guerra che è la brutalità di ogni guerra ovunque sia. E questo “sentire” non andrà dimenticato.

La famigliarità verso chi arriva. Sono “parenti” nostri. L’immigrazione ucraina è un’immigrazione che è entrata nelle nostre case e nelle nostre famiglie sin da subito, prendendosi cura dei nostri nonni e solitamente costruendo legami. Quei legami così famigliari stanno certamente contribuendo alla grande risposta di questi giorni. E ci mostrano che tanto più sono aperte le nostre città, le nostre comunità, le nostre case e le nostre famiglie, tanto più si possono costruire legami, fondamento per l’essere comunità con tutti.

I colori. Questo è forse l’aspetto più difficile da dirsi. Ma anche tra i più importanti, perché rischia, anche oggi, di far pensare e dire a qualcuno che esistono guerre vere e guerre finte, fughe vere e fughe finte, vittime vere e vittime finte, dove l’unico discrimine tra “vero” e “finto” è il colore della pelle di chi fugge. Questo pensiero, assieme agli altri, c’è ed è bene dirselo per sapere che di strada da fare insieme ne abbiamo ancora.

Lunedì è la Giornata internazionale per l’eliminazione della discriminazione razziale e riflettere su queste cose è attuale e importante. Per far sì che Reggio città “di tutti” valga appunto per tutti, per tutte le guerre, tutte le fughe, tutte le persone, tutti i colori.



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