Trump indebolito, cosa cambia per l’Europa e per Meloni

Donald Trump e Giorgia Meloni – FBGM

La pesante sconfitta di Donald Trump alle elezioni di metà mandato cambia gli equilibri di Washington e apre una partita anche in Europa. I democratici conquistano Camera e Senato, penetrano nelle roccaforti repubblicane, vincono corse decisive in Texas e Kansas. Lo scrutinio deve ancora completarsi, ma il risultato politico è acquisito: da gennaio il presidente dovrà confrontarsi con un Congresso controllato dall’opposizione.

Trump ha riconosciuto l’esito e ha annunciato disponibilità a collaborare. Dopo aver chiesto agli americani di votare come se fosse personalmente sulla scheda, sostiene ora che con il suo nome avrebbe vinto.

Per l’Europa la prima conseguenza è politica: si incrina l’immagine di un presidente capace di imporre la propria volontà agli alleati contando su un consenso interno inattaccabile. Chi tratta con Washington da oggi sa che Trump può perdere, anche dove sembrava più forte. La sua capacità di presentare ogni richiesta americana come un ordine al quale adeguarsi ne esce ridimensionata.

Sarebbe però prematuro aspettarsi una Casa Bianca accomodante. Il nuovo Congresso potrà ostacolare leggi, condizionare finanziamenti, bloccare nomine e indagare sull’amministrazione. Il presidente conserverà il veto e ampi margini d’azione internazionale. Il rischio è che cerchi proprio all’estero lo spazio politico che gli elettori gli hanno ristretto in patria. La sconfitta può favorire compromessi, ma anche nuove prove di forza.

A Bruxelles, infatti, prevale la prudenza. Le prime valutazioni europee escludono che il ribaltamento del Congresso basti a ricostruire l’affidabilità americana. Difesa, sicurezza energetica e capacità industriale europea restano questioni da affrontare con risorse e decisioni proprie. Anche sull’Ucraina, una maggioranza democratica offre interlocutori diversi e maggiori possibilità di controllo sulla Casa Bianca; non costituisce una garanzia automatica sugli aiuti o sulle scelte del presidente.

Lo stesso vale per i dazi. Il voto americano non cancella le barriere commerciali e non riscrive gli accordi. Può però aumentare il costo politico del protezionismo: secondo gli exit poll, quasi nove elettori su dieci hanno considerato il costo della vita un fattore rilevante nella scelta. Il messaggio interessa direttamente l’Europa: promettere prosperità alzando muri commerciali diventa più difficile quando famiglie e imprese presentano il conto.

In Italia la posizione di Giorgia Meloni è più complessa di quanto suggerisca la formula della sconfitta dell’alleato. Il rapporto con Trump ha già attraversato tensioni pesanti, soprattutto sull’Iran, seguite da tentativi di ricomposizione. Ancora il 9 ottobre il presidente americano parlava di un “grande rapporto” con la premier. Palazzo Chigi deve ora misurarsi con un interlocutore ancora potente, ma politicamente indebolito. Per Meloni può essere anche un’occasione: dare maggiore consistenza alla propria posizione europea e ridurre il peso attribuito alla relazione personale con il presidente. L’interesse italiano richiede accesso a Washington, ma anche forza negoziale a Bruxelles. Per un paese esportatore, esposto ai prezzi dell’energia e vincolato da un debito elevato, la prevedibilità degli alleati conta più dell’affinità ideologica.

La battuta d’arresto colpisce inoltre il prestigio del trumpismo nelle destre europee. Si indebolisce l’idea che radicalizzare lo scontro, occupare ogni spazio della comunicazione e scegliere i candidati in base alla fedeltà al capo garantisca una maggioranza duratura. Le sconfitte di diversi candidati sostenuti personalmente da Trump mostrano quanto il consenso possa deteriorarsi quando il governo delude sulle condizioni materiali di vita.

Neppure la sinistra italiana può considerarsi vincitrice per procura. Il risultato americano suggerisce una priorità: salari, prezzi, sicurezza economica, credibilità di chi si propone di governare. Contestare Trump ha mobilitato gli elettori; costruire un’alternativa riconoscibile ha consentito di conquistarne altri.

La conseguenza politica più rilevante riguarda dunque la libertà di scelta europea. Un presidente americano indebolito offre margini maggiori a chi sa usarli. Per l’Italia significa rafforzare il proprio peso nell’Unione; per l’Europa, trasformare la richiesta di autonomia in decisioni comuni. Aspettare che siano gli elettori americani a risolvere i nostri problemi rimane una politica estera troppo fragile.



Non ci sono commenti

Partecipa anche tu