‘Lo Zoo di Vetro’, tragedia contemporanea di una famiglia di pagliacci

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Lo Zoo di Vetro di Leonardi Lidi: la tragedia contemporanea di una famiglia di pagliacci.
“Lo Zoo Di Vetro” di Leonardo Lidi, in scena al Teatro Ariosto dal 4 al 6 marzo 2022, è, per stessa ammissione del regista, una tappa del suo percorso personale attraverso le famiglie del teatro. Questa volta Lidi porta il primo successo teatrale di Tennessee Williams nel mondo dei Clown.

In antitesi con un testo che spingerebbe verso una recitazione naturalistica, i quattro personaggi recitano incarnando ognuno un canone diverso del clown. D’altronde è lo stesso Tom a dire che, nonostante l’apparenza, “questo dramma è sentimentale, non realistico”. I costumi di Aurora Damanti seguono questa via: inconfutabilmente clowneschi, con naso rosso e scarpe allungate.

La madre Amanda, la brillante Mariangela Granelli, è una perfetta donna cannone. La metafora della donna sempre incinta ben esprime la sua morbosità materna: abbandonata dal marito da tempo, lotta per il futuro dei suoi figli, senza rendersi conto che proprio la gabbia del nido materno impedisce loro di essere veramente felici. La recitazione di Anahì Traversi, la figlia Laura, vestita da Pierrot, è all’opposto: spenta e atona come lo è d’altronde il suo personaggio, ma forte e intensa. La zoppia del suo personaggio è ricordata solo dal fatto che la giovane indossa una scarpa sola. Il contrasto fra le due figure femminili funziona e carica di elettricità la scena. Molto interessante anche Lorenzo Bartoli, nel ruolo di Jim O’Connor: unico in costume neutro, è però forse il personaggio che più si muove in modo clownesco; arriva come ospite in casa e distrugge quel sogno di famiglia che stava in piedi per miracolo.
Meno centrato invece il Tommaso di Tindaro Granata che, nonostante il costume da mimo, ricade un po’ nel naturalismo che tutti gli altri cercano di rifuggire.

Le meravigliose scene color pastello di Nicolas Bovey supportano perfettamente sia il testo di Williams che gli intenti di Lidi. Questa enorme casa di bambola interamente color pastello, con i suoi pochissimi arredi dello stesso rosa delle pareti, dà un senso di vuoto che ben rispecchia quello all’interno della famiglia Wingfield. Sulle pareti solo un telefono e una cornice vuota, che simboleggia l’abbandono del padre (il cui sguardo opprimente è sostituito in tutta la prima metà dello spettacolo dalla sua presenza fisica in proscenio, a cura di Lorenzo Bartoli, che poi rientrerà come O’Connor). La casa alla fine verrà scossa da un forte terremoto, lo stesso che colpisce la famiglia Wingfield, lasciando in scena solo macerie e un tappeto di polistirolo.

Lo sguardo di Lidi è pregnante in questa versione. Il risultato è indubbiamente di alto livello.

I nostri voti


Recitazione
7
Scenografia
8
Regia
9




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