Suicidio assistito, Tarquini: “La Costituzione non tutela il diritto alla morte, ma alla vita”

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Riceviamo e pubblichiamo in versione integrale questo intervento di Giovanni Tarquini, consigliere comunale e capogruppo della lista civica Per Reggio e presidente dell’associazione Reggio Civica, e del dottor Mattia Soliani, medico palliativista e componente dell’associazione Reggio Civica, sul tema del suicidio medicalmente assistito.

 

Il 28 luglio 2026 l’Assemblea legislativa della Regione Emilia-Romagna ha approvato la legge regionale sul suicidio medicalmente assistito, legge che, come dice il presidente della Regione De Pascale, “nasce dal rispetto, non dalle certezze”.

A questo proposito è interessante il pensiero di alcuni giuristi che ritengono “pericoloso” affrontare il tema del suicidio medicalmente assistito con il diritto perché il diritto, in particolare quello penale, non è mai un diritto mite.

Su questo tema si sovrappongono piani diversi: il piano della morale, il piano dell’etica e il piano del diritto. È necessario ragionare attraverso il bilanciamento di valori (autodeterminazione e indisponibilità della vita) e parlare di bilanciamento di valori significa parlare di politica, parlare di etica e forse anche parlare di morale.

Le cure palliative, forse, possono portare a un ribaltamento di alcune impostazioni culturali e soprattutto anche a soluzioni equilibrate, quelle che il diritto, per i limiti strutturali che ha, non sarebbe in grado di garantire.

La Chiesa cattolica promuove una visione della vita che valorizza la dignità umana in ogni sua fase. E ce lo ha ricordato anche con il documento firmato dai vescovi dell’Emilia-Romagna e del Veneto dopo l’approvazione della legge regionale che istituisce il percorso del suicidio medicalmente assistito. La dignità diventa così il cardine attorno al quale ruota l’intera attività delle cure palliative e del prendersi cura.

Definire i confini di queste situazioni di sofferenza è un compito complesso, spesso caratterizzato da incertezze e difficoltà di classificazione, similmente a un mosaico in cui alcuni pezzi non si incastrano.

È probabile, anzi è certo, che non esista una soluzione definitiva su questo argomento, capace di mettere d’accordo tutti. Le questioni legate alla sofferenza e alla morte toccano profondamente le emozioni e ci costringono a confrontarci con i nostri dubbi e le nostre incertezze. Ci sentiamo inadeguati nel giudicare ciò che è giusto o sbagliato, soprattutto da una prospettiva distante, quando la sofferenza non ci tocca da vicino.

Tuttavia, è fondamentale garantire ai pazienti e alle loro famiglie tutte le risorse necessarie per affrontare con dignità le fasi della vita vissute con maggiore sofferenza.

La sofferenza, spesso insopportabile, può manifestarsi in molte forme: dalla dipendenza fisica alla vulnerabilità emotiva. Stare vicino a una persona che soffre è un viaggio che, pur non eliminando il dolore, apre a una nuova accettazione del presente, permettendo di trovare significato anche nei momenti più difficili. La presenza di qualcuno che ci guarda negli occhi e ci comprende può trasformare l’istante presente in un’esperienza di bene, conferendo un valore infinito a ogni attimo. È importante sottolineare che questo percorso di significato non è riservato solo ai credenti. Molti pazienti, familiari e operatori sono non credenti, ma condividono una vulnerabilità umana comune, un desiderio di essere accolti e curati. Su questa base di umanità condivisa, è possibile costruire relazioni significative che arricchiscono il percorso di cura.

La vera qualità della vita, infatti, non si misura solo in termini di autonomia fisica, di capacità di autodeterminazione, ma nella possibilità di ricevere uno sguardo benevolo e affettuoso, che ci ricorda che, anche nei momenti più difficili, non siamo soli.

Non è solo una questione di autodeterminazione individuale, ma il riflesso di quanto la nostra società sia capace di prendersi cura delle persone più fragili. Il dolore fisico può essere trattato con analgesici e sedazione, ma esiste una sofferenza più profonda, legata alla perdita dell’autonomia, alla consapevolezza di non poter più essere la persona che si era prima.

Qui si innesta un grande equivoco su cui politica e diritto faticano a muoversi con chiarezza: confondere l’inguaribile con l’incurabile. La medicina non è solo guarigione. È, prima di tutto, prendersi cura. Ma se la medicina può fare molto, la società ha una responsabilità ancora più grande. Perché quando un malato grave chiede di morire, spesso non sta esprimendo un autentico desiderio di eutanasia, ma una richiesta disperata di vicinanza, di amore, di calore umano. Non è un desiderio di morte, ma una supplica d’aiuto.

E qui sta la vera domanda: siamo in grado di rispondere adeguatamente? Viviamo in una società che tende a rimuovere la sofferenza e a emarginare la fragilità. Invece di prenderci cura degli ultimi, preferiamo allontanarli. La morte assistita rischia di diventare una scorciatoia per evitare di affrontare il vero problema: la solitudine e l’abbandono di chi soffre.

La dottrina cattolica ci insegna che la libertà non è un concetto astratto, ma una responsabilità. La libertà di scegliere la morte non può essere separata dal dovere di prendersi cura della vita. Uno Stato nasce per proteggere, per farsi carico dei più fragili, e la Costituzione si basa su principi di solidarietà, cioè prendersi cura l’uno dell’altro.

Ma può davvero definirsi “cura” la scelta di accompagnare qualcuno alla morte, quando ciò che manca è un sostegno concreto, una mano tesa, una presenza caritatevole? La nascita, la vita, la morte riguardano l’umano da sempre e sono atti unici e definitivi che si verificano una volta sola, e proprio perché dalla loro soppressione non si può più tornare indietro meritano un’attenzione particolare, assoluta, “definitiva”. Proprio per la loro unicità portano con sé valori intrinseci di sacralità. Sacro è un valore e un concetto non solo religioso ma anche assolutamente laico. L’articolo 54 della nostra Costituzione recita: “La difesa della Patria è sacro dovere del cittadino”.

Quando una regione come la nostra, dopo Toscana e Sardegna, con la legge regionale n. 10 del 28 luglio 2026 si concentra sul “diritto alla morte” e non sul “diritto alla vita”, quando il dolore viene trattato come un problema da eliminare invece che da comprendere, si apre un pendio scivoloso, quello che gli anglosassoni chiamano “slippery slope”.

Questa legge regionale che disciplina le modalità organizzative e i tempi per l’accesso al suicidio medicalmente assistito ci costringe a guardare dentro le nostre contraddizioni. Forse “terminale” (parola orribile usata frequentemente per i malati gravi nell’ultima fase della loro vita) lo è anche una società che non sa più come rispondere alla fragilità, se non con la resa.

Restiamo convinti che su questi temi così complessi gli interventi delle regioni, pur ampiamente motivati e richiesti, non possano che contribuire a creare confusione, disparità e timori.

È il Parlamento il luogo deputato in cui discuterne, senza mai perdere di vista quel faro che si chiama Costituzione che non tutela il diritto alla morte, ma alla salute, dunque alla vita.

 

Giovanni Tarquini
Mattia Soliani



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