‘Studi Sociali’ e il pensiero di Torquato Gobbi

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Ogni mese a partire dal 1930, con la nave passeggeri proveniente dall’Argentina, giungevano a Marsiglia, opportunamente nascosti fra le altre merci, numerosi pacchi di giornali antifascisti e altro materiale di propaganda. Erano il frutto del lavoro politico svolto dalle comunità e dai circoli italiani dei paesi Latino-americani, desiderosi di contribuire in qualche modo alla lotta e alla resistenza antifascista. Marsiglia rappresentava una delle principali porte d’accesso all’Europa e per questo era una delle città più frequentate dagli esuli politici, dalle spie, dagli agenti segreti e dalle polizie di molti paesi.

Gli italiani d’altra parte erano di casa a Marsiglia e nel Sud della Francia da almeno cent’anni, fin da quando Mazzini, Garibaldi e molti altri loro seguaci vi avevano trovato rifugio e fondato nel salotto di Giuditta Sidoli la Giovine Italia.

Una volta sbarcati, i corrieri di dileguavano nei vicoli tortuosi della città vecchia, dove amici e compagni di fede provvedevano a nasconderli. Grazie ad una rete affiliati sicuri, quei fogli raggiungevano clandestinamente gli esuli antifascisti sparsi in tutta Europa. Uno dei giornali più attesi, oltre ai Newyorkesi L’Adunata dei Refrattari, Italia Libera e Il martello era il bimensile anarchico Studi Sociali, stampato nella lontano Montevideo (Uruguay) dal professore Luigi Fabbri e da alcuni aderenti al locale circolo libertario Volontà.

La sua influenza superava i confini del paese d’origine per raggiungere tutti i compagni esuli in America Latina. Era talmente autorevole da essere considerato la voce anche degli anarchici residenti in Argentina, Brasile e Paraguay. Studi Sociali si distingueva dagli altri giornali per il carattere non squisitamente propagandistico e di parte, a vantaggio d’impostazione storica, politica, culturale e formativa.

Il contenuto di ogni numero, infatti, era oggetto di riflessioni, dibattiti e approfondimenti, che contribuivano alla definizione del programma antifascista, al rapporto con le altre forze politiche, specie con quelle che in Francia avevano dato vita alla Concentrazione antifascista, e allo sviluppo del movimento proletario internazionale. D’altra parte la situazione politica generale dell’Europa e quella dell’Italia in particolare diventava ogni giorno più preoccupante e il bisogno d’unire le forze diventava ogni giorno più urgente.

Negli anni trenta del secolo scorso, infatti, mentre il fascismo stava vivendo la sua migliore stagione, riscuotendo il massimo dei consensi in Italia e all’estero, gli antifascisti italiani di ogni fede politica, dopo il fallimentare tentativo Aventiniano, seguito al delitto Matteotti, e l’approvazione nel 1925 delle leggi e del Tribunale speciale, erano già emigrati oltre le Alpi. In Svizzera, in Francia, in Belgio, in Gran Bretagna si erano formati ed organizzati gruppi di esuli politici, si stampavano giornali, si preparavano azioni dimostrative e attentati al Duce.

L’esigenza di unire il maggior numero possibile di forze attorno a un programma minimo di lotta, aveva creato la “Concentrazione Antifascista”. Essa era espressione e comprendeva i rappresentanti di tutti i partiti antifascisti, tranne i comunisti. La necessità d’aiutare materialmente gli esuli in difficoltà aveva contemporaneamente partorito il “Soccorso Rosso Internazionale” con l’intento di dare assistenza ai detenuti nelle patrie galere, agli esuli politici e alle loro famiglie in difficoltà economiche. La situazione che si trovavano a vivere gli esuli era in effetti drammatica sotto ogni punto di vista. Lontano da casa, senza un reddito e la minima conoscenza della lingua del paese che li ospitava, perseguitati dalla polizia, la loro sopravvivenza e quella delle loro famiglie dipendevano spesso dalla solidarietà dei compagni di fede e dalla loro personale capacità d’adattamento ad una vita da clandestini.

Molti tra i più noti e prestigiosi rappresentanti dell’antifascismo italiano erano già morti o presto lo sarebbero stati: Giacomo Matteotti era morto nel 1924, Anna Kuliscioff nel 1925, Piero Gobetti e Giovanni Amendola nel 1926. A questi seguirono nel volgere di pochi anni Camillo Prampolini nel 1930, Errico Malatesta e Filippo Turati nel 1932, Luigi Fabbri nel 1935, Pietro Montasini nel 1936, Camillo Berneri, i fratelli Carlo e Nello Rosselli e Antonio Gramsci nel 1937.

Sorvegliati dall’O.V.R.A., che intendeva catturarli e consegnarli alla polizia italiana, espulsi da diversi paesi, che preferivano sottostare ai pressanti inviti della polizia italiana, piuttosto che rompere definitivamente i rapporti con Roma, gli antifascisti vivevano costantemente nel timore d’essere spiati, arrestati, espulsi o uccisi. L’assassinio dei fratelli Rosselli, da parte di una organizzazione estremistica della destra francese al soldo dei servizi segreti italiani, è una chiara dimostrazione del pericolo a cui erano quotidianamente sottoposti.
Per sopravvivere, gli esuli politici svolgevano i mestieri più diversi, senza per questo perdere i contatti con i loro compagni di fede in Italia e all’estero.

Torquato Gobbi

Tra questi c’era il rilegatore di libri e anarchico reggiano Torquato Gobbi (1888-1963, nella prima foto tratta dalla copertina del libro Voci del Plata), che vantava nel movimento libertario un passato d’attivista di tutto rispetto. Acceso oppositore dell’ingresso dell’Italia nella Prima guerra mondiale, aveva convinto, nel 1916 il giovane Camillo Berneri ad abbandonare il PSI, la cui linea politica (né aderire, né sabotare) considerava troppo arrendevole ed equivoca. Animatore del circolo anarchico Spartaco della città, sindacalista dell’USI (Unione sindacale italiana), diffusore del quotidiano Umanità Nova, della rivista Il Pensiero e diffusore dell’Esperanto, da lui considerata la lingua che, nel volgere di pochi anni sarebbe diventata patrimonio di tutto l’internazionalismo proletario, aveva subito a più riprese le violenze delle squadre fasciste, tanto da dover riparare a Milano.

Esule fin dal 1923, a Nizza, a Parigi e a Bruxelles si era ricongiunto agli amici, che in realtà considerava suoi maestri di pensiero, Luigi Fabbri e Camillo Berneri, con i quali, dopo aver aderito prima ai circoli parigini Gori e Pensiero e Volontà, aveva dato vita ad alcuni giornali d’orientamento anarchico.

L’anarchico Camillo Berneri con la moglie Giovanna Caleffi

Gobbi rappresentava la parte autodidatta del movimento, quella formatasi nella lettura degli scritti di Malatesta, del quotidiano Umanità Nova e del mensile Il Pensiero di Fabbri.
Incarnava il filone operaista, pragmatico ed organizzatore del movimento libertario, in contrasto con quello individualista, che trovava ancora larghe simpatie in molte frange del movimento. I suoi interessi culturali e politici vertevano soprattutto su alcuni temi di stretta attualità: la razionalizzazione del lavoro, la necessità di sviluppare un movimento libertario organizzato e più rispondente alle necessità quotidiane del proletariato, la peculiarità del modello cooperativo.

Il primo significativo tentativo d’approfondimento di quei temi lo compì grazie a La Lotta Umana (1927-29), il giornale fondato a Parigi nel 1927 da Fabbri. Attingendo a piene mani dall’esperienza socialista reggiana di Camillo Prampolini, nei suoi scritti, si sforzò d’attualizzare, rivisitandoli, gli insegnamenti teorici di Proudhon e di Bakunin, sfrondandoli di ogni rigidità ideologica e di ogni schematismo, da lui considerati ormai superati dalla storia e dai fatti. Non condivise mai, infatti, il determinismo storicistico dei teorici rivoluzionari di orientamento marxista e anarchico, perché esso, a suo avviso, induceva il proletariato ad operare in senso esclusivamente negativo, invece di incoraggiarlo a organizzare “dal basso” la società socialista.

Occorreva a suo parere un’opera di costruzione continua, tesa a sostituire le istituzioni borghesi con le realizzazioni proletarie. Questa era, secondo lui, la vera rivoluzione. Il centralismo capitalista non andava sostituito con quello statale, ma occorreva insegnare al singolo individuo a “far da sé”. La internazionalizzazione dell’economia capitalistica presupponeva, a suo parere, per chi intendesse combatterla, regole, principi e strumenti adeguati ai tempi e la capacità di prospettare concretamente ciò che si intendeva costruire.
Gobbi, in sostanza, non condivise la fiducia cieca nella innata natura buona dell’uomo e nel suo inevitabile trionfo.

Luigi Fabbri

Nel 1930, dopo l’ennesima espulsione dal Belgio, emigrò in Uruguay e raggiunse il suo maestro Luigi Fabbri, già partito l’anno precedente. Con lui diede vita a Montevideo a Studi Sociali, bimensile culturale e di lotta anarchica e al gruppo anarchico Volontà. Nelle intenzioni di Fabbri il giornale doveva raccogliere l’eredità del parigino La lotta Umana, tanto che l’articolo di presentazione del primo numero (16 marzo 1930) fu intitolato Heri dicebamus. Tra i maggiori e assidui collaboratori figuravano: Errico Malatesta, Lucia Ferrari (Luce Fabbri), Hugo Treni, Henri De Man, Luigi Bertoni, Libero Battistelli, oltre naturalmente a Luigi Fabbri.

Il volo di Luigi Fabbri in un’opera a lui dedicata

Sappiamo che fra gli estimatori del giornale ci fu anche Carlo Rosselli, che dalla lontana Francia non lesinò parole di stima per il suo direttore e per i contenuti del giornale. Gobbi e Ugo Fedeli, furono due tra i collaboratori più assidui della rivista, continuando a offrire il loro contributo fino alla morte del direttore (Luigi Fabbri), deceduto all’ospedale di Montevideo nel 1935.

Su Studi Sociali Gobbi, che gli fu accanto fino alla fine, raccontò le sofferenze e gli ultimi istanti di vita del suo maestro, indicandolo a tutti gli anarchici e non solo, come fulgido esempio di umanità, tolleranza e intelligenza.

Su Studi Sociali Gobbi approfondì alcuni temi che erano all’ordine del giorno dei congressi anarchici dei paesi latino-americani, specie di quello di Santa Fé del 1931, e delle tante sue riunioni preparatorie.

I suoi saggi, perché di questo si trattò, vennero pubblicati a puntate e mantennero sempre un carattere pedagogico, storico, culturale e di proposta politica. Erano riflessioni che per il loro carattere spesso autocritico scossero dal profondo l’ambiente immobile degli anarchici, abituati a pensare ad un inevitabile futuro salvifico, piuttosto che a costruire quotidianamente le premesse di una nuova società.

Sempre su Studi Sociali, con forti accenti critici e autocritici, Gobbi rispose alle considerazioni di Max Nettlau, pubblicate su La Protesta di Buenos Aires, affermando che il maggior ostacolo alla realizzazione di una società anarchica erano la mancanza e l’insufficienza del sentimento del dovere e della responsabilità.
Le sue idee viaggiarono con il giornale in mezzo mondo, suscitando molti consensi, ma altrettante perplessità, contrarietà e critiche. Quei saggi in effetti segnarono l’inizio di una profonda riflessione personale, che progressivamente portò Gobbi su posizioni politiche diverse da quelle sostenute dalla maggioranza degli anarchici. Gobbi, come Berneri e, forse, lo stesso Fabbri, può essere definito un anarchico “sui generis”, che sentiva l’urgenza di togliere il movimento libertario dalla posizione minoritaria in cui si trovava per farne un soggetto protagonista della nuova società, che sarebbe inevitabilmente sorta con la fine dei regimi fascisti e comunisti. Era convinto che bisognasse pensare al futuro in modo diverso, basandosi sulle enormi potenzialità insite nell’idee anarchiche, ma anche sapendone riconoscere i limiti e le contraddizioni.

Sotto il titolo Problemi teorici e tattici nella lotta quotidiana Gobbi affrontò in più puntate tre temi a lui particolarmente cari: il valore del sindacato e i suoi limiti, la vera cooperazione e l’invadenza statale.
Passò dalla radicale critica al socialismo totalitario dell’URSS, al tradimento dell’esperienza dei Soviet, alla denuncia del determinismo storico marxista, per arrivare alla denuncia dell’ingenuità di quegli anarchici che non si accorsero per tempo dell’inganno “controrivoluzionario” perpetrato in URSS.

Per meglio farsi intendere dai suoi interlocutori, Gobbi portò come esempio di ciò che, a suo parere, occorreva fare le buone prassi del riformismo socialista, apprese nella sua Reggio Emilia di inizio secolo. Nel numero di Studi Sociali del 5 aprile 1931, infine, sviluppò e portò a compimento il suo pensiero revisionista.

Lo stesso titolo, Revisionismo, del suo articolo non lasciava dubbi circa le sue intenzioni. Dopo aver condannato il metodo violento troppo spesso praticato dagli anarchici e richiamato l’insegnamento di Mazzini circa i doveri dell’uomo, manifestò il desiderio che al “distruggere è costruire” in voga presso gli anarchici, si sostituisse “costruire è distruggere” per dare più spazio a quegli atti e a quelle istituzioni che sarebbero servite a introdurre nella società prassi umanitarie e solidaristiche.

Per quanto invece riguardava le alleanze politiche possibili, una volta caduto il governo borghese, affermò la necessità di non escludere in via di principio e per un idoneo periodo transitorio, la collaborazione con i partiti riformisti e socialisti.
Luce Fabbri, dopo la morte del padre, direttora della rivista dal 1936 al 1946, condividendo l’opinione paterna, a proposito di Gobbi parlò di una forte influenza prampoliniana e di un revisionismo di stampo merliniano, sottolineando anche le affinità con le idee del socialista belga Henri De Man e un progressivo avvicinamento al liberal-socialismo di Carlo Rosselli.
D’altra parte anche la sua “Libreria Italiana” di Montevideo, intendeva rappresentare, per la numerosa comunità d’origine italiana presente nel Paese, un punto di riferimento culturale e d’incontro tra intellettuali di ogni tendenza politica. Sentì sempre la necessità di far conoscere a quante più persone possibile ciò che stava maturando in campo politico e nell’ambito di ogni espressione artistica.

Tale sforzo modernizzatore e revisionista, reso più arduo dalla prematura scomparsa di Fabbri (1935) e di Berneri (1937), lo portò ad aderire alla associazione Italia Libera di Nicola Cilla, sezione latinoamericana di quella Nord americana guidata da Carlo Sforza, e terminò nel 1963, quando Gobbi, vedendosi costretto a soccombere sotto il peso dei debiti contratti con i fornitori, resi ancora più gravosi dalla svalutazione del pesos, decise di porre fine alla sua vita.

Il pensiero di Gobbi si affiancò dunque a quello di Berneri, Fabbri e Malatesta, creando una cesura insanabile tra la tendenza spontaneistica e individualistica, tipica della fine dell’Ottocento e protrattasi fino al primo decennio Novecento (epoca degli attentati) e quella organizzatrice, sindacale e trasformatrice post Prima guerra mondiale, sostenuta dal quotidiano Umanità Nova e da altre importanti riviste.

Gobbi probabilmente andò oltre questi confini, per avvicinarsi, pur non rinnegando mai la sua fede nei principi ispiratori dell’anarchia, alle tesi riformistiche di Francesco Merlino e a quelle liberal-socialiste di Rosselli.

L’influenza del riformismo socialista reggiano di Camillo Prampolini, seppur inconsapevolmente, riemerse nel tempo, enfatizzando le realizzazioni compiute in terra reggiana, che lui tradusse nella semplice invito rivolto ai compagni: “Far da sé”.

Camillo Prampolini

La corrispondenza intrattenuta con Camillo Berneri quando questi era già impegnato nel conflitto spagnolo, rappresenta sotto questo aspetto una limpida testimonianza dell’intesa esistente tra i due.

Come era facilmente prevedibile ne nacque un dibattito, a volte anche aspro, che ancora oggi prosegue, pur nelle mutate condizioni socio-economiche e nelle inevitabili sentenze che la Storia ha decretato. Purtroppo non possiamo sapere a quali conclusioni sarebbero giunti Fabbri, Berneri e lo stesso Gobbi se fossero vissuti più a lungo.




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