Il silenzio della morale

don Giuseppe Dossetti Polveriera Reggio – FM

Riconoscere i rischi del moralismo, come abbiamo cercato di fare negli appuntamenti delle ultime settimane, non vuol dire trasformare la nostra spiritualità in un sentimento, lontano dalla storia, in particolare dalla nostra quotidianità.

In questo, Gesù accoglie la più pura tradizione ebraica. Quando gli chiedono quale sia il comandamento più importante della legge mosaica, risponde citando le parole di Mosè:

Amerai il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima e con tutta la tua mente. Il secondo poi è simile a quello: Amerai il tuo prossimo come te stesso (Mt22,27 ss.)

In cosa consiste questo amore? In una cura solerte, che viene incontro alle necessità della persona che ci sta davanti:

Così dice il Signore: “Non molesterai il forestiero né lo opprimerai, perché voi siete stati forestieri in terra d’Egitto… Se tu presti denaro a qualcuno del mio popolo, all’indigente che sta con te, non ti comporterai con lui da usuraio: voi non dovete imporgli alcun interesse. Se prendi in pegno il mantello del tuo prossimo, glielo renderai prima del tramonto del sole, perché è la sua sola coperta, è il mantello per la sua pelle; come potrebbe coprirsi dormendo? Altrimenti, quando griderà verso di me, io l’ascolterò, perché io sono pietoso” (Es 22,20 ss.)

Gesù, però, va oltre questa determinazione, non scontata e certamente difficile. Nel passo parallelo, nel vangelo di Luca (10,25), lo scriba conosce bene il comandamento, ma pone una domanda: “Chi è il mio prossimo?”. Egli intende la parola “prossimo” nel suo senso letterale, perché l’umanità è ordinata gerarchicamente: ci sono persone molto vicine a noi, per esempio i nostri familiari, e altre decisamente lontane, come i pagani. Poi ci sono categorie intermedie, per esempio gli ebrei peccatori o impuri, come i pubblicani e le prostitute.

Gesù risponde raccontando la parabola del Buon Samaritano. La distanza che ci separa dagli altri non dipende dalle loro qualità, neppure da quelle morali, ma dal loro bisogno. Per questo, l’altro non è più o meno prossimo, vicino, ma sono io che devo “farmi prossimo”, cioè lasciarmi coinvolgere dal dolore dell’uomo, anche se non lo conosco: del ferito, infatti, non viene detto nulla, se non che è mezzo morto e certamente non in grado neppure di chiedere aiuto.

Scandalosamente, Gesù propone come esempio di carità un samaritano, uno straniero impuro e odiato dai farisei, dagli intransigenti. San Paolo, che era stato fariseo, conserva una traccia della sua originaria appartenenza, allargando però la sua prospettiva:

Poiché dunque ne abbiamo l’occasione, operiamo il bene verso tutti, soprattutto verso i fratelli nella fede (Gal 6,10)

Gesù invece, toglie ogni limite.

È bello che la nostra Costituzione si metta dalla prospettiva di Gesù, nell’articolo tre: “Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali”. Sarebbe importante chiedersi che cosa manca, per rendere questo principio realizzato concretamente.

Gesù ha allargato la prospettiva all’umanità intera; egli, però, allarga lo sguardo dei suoi discepoli anche a quello che gli altri possono chiederci:

Avete inteso che fu detto: “Occhio per occhio e dente per dente”. Ma io vi dico di non opporvi al malvagio; anzi, se uno ti dà uno schiaffo sulla guancia destra, tu porgigli anche l’altra, e a chi vuole portarti in tribunale e toglierti la tunica, tu lascia anche il mantello. E se uno ti costringerà ad accompagnarlo per un miglio, tu con lui fanne due. Dà a chi ti chiede, e a chi desidera da te un prestito non voltare le spalle (Mt 5,40)

Non affrettiamoci a dichiarare impossibile l’osservanza delle parole di Gesù. Una conseguenza sana è l’impossibilità di ridurre il cristianesimo a una morale. Ogni buon proposito va in crisi, di fronte al messaggio dell’uomo di Nazaret. Tuttavia, esso continua a ispirarci, a stimolare in noi quella “cattiva coscienza” che ci spinge a metterci in discussione e a chiederci come possiamo costruire le nostre scelte, avendo davanti, almeno in parte e da lontano, la prospettiva di Gesù.

Nella prossima lettera mi sforzerò di capire perché egli osi fare queste affermazioni paradossali. Anzi, enuncio già il titolo: tutto dipende da come Gesù vede il suo rapporto con quel Dio che egli chiama Padre.




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